La vera storia di Anna Politkovskaja. Anna va al fronte.

Anna Politkovskaja Reporter per amore Lucia Tilde Ingrosso

Chi era Anna Politkovskaja, la reporter russa che osò denunciare il regime di Vladimir Putin, gli eccidi della guerra in Cecenia e gli orrori perpetrati da Ramzan Kadyrov?

Per scrivere il mio romanzo Anna Politkovskaja. Reporter per amore edito da Morellini ho studiato la sua vita. Letto i libri che ha scritto e che su di lei sono stati scritti. Ho intervistato le persone che le sono state vicine: la sorella Elena, l’amica Nadia, l’inviata Stella Pende… Poi, intorno alla sua biografia, ho costruito una cornice narrativa che ha reso più accattivante la sua biografia, già però molto avvincente.

A seguire, un capitolo alla volta, ecco la biografia, completa e approfondita, di Anna Politkovskaja, la grande reporter russa che, fino all’ultimo, fu una spina nel fianco per Vladimir Putin, Ramzan Kadyrov e tutti i soldati russi che, in Cecenia, si macchiarono di reati gravissimi.

Questa è la quinta puntata. La quarta è: Anna scopre la Cecenia

Ecco la vera storia di Anna Politkovskaja.

Anna va al fronte

“Questo sangue mi è stato versato nelle vene dalla guerra. Scorre nel mio corpo e, troppo spesso, finisce per portarmi in una stanza buia e senza porte”

Siamo nel 1999. L’astro di Boris Eltsin sta tramontando. È malato delegittimato, compromesso.

L’astro di Vladimir Putin, invece, è in piena ascesa. Quarantasette anni (classe 1952), di Leningrado, una laurea in Legge, una carriera nel Kgb (dove arriva al grado di tenente colonnello). Quindi si butta in politica. Nel 1996 si trasferisce a Mosca, diventa direttore dell’Fsb (l’agenzia che ha sostituito il Kgb). Entra nell’amministrazione del presidente Eltsin, ad agosto 1999 viene nominato primo ministro.

Putin e Eltsin. La vera storia di Anna Politkovskaja

Sempre ad agosto, una serie di disordini nel Caucaso oltre ad alcune bombe fatte scoppiare a Mosca fungono da detonatore per lo scoppio della Seconda guerra cecena. Putin mostra subito i muscoli. “Perseguiteremo i terroristi dappertutto e quando li troveremo, li butteremo dritti nella tazza del cesso” afferma, dimostrando di avere le idee chiare. E anche uno stile non esattamente british. Nelle intenzioni di Putin, la guerra sarebbe dovuta durare quattro mesi. Nella realtà, durerà più della Seconda guerra mondiale e sarà più sanguinosa del precedente conflitto ceceno.

Intanto, il 31 dicembre Eltsin rassegna le dimissioni. Per la cronaca: morirà d’infarto nell’aprile del 2007, a 76 anni.

A quel punto, Vladimir Putin, in qualità di primo ministro, ne diventa automaticamente il successore ad interim, in attesa delle elezioni vere e proprie. La sua gestione molto aggressiva della guerra contro la Cecenia gli fa guadagnare grandi consensi. Anche per questo motivo, viene eletto, in grande scioltezza, già alla prima tornata elettorale. Il 7 maggio del 2000 giura come presidente.

Nel frattempo, Anna ha cambiato testata. Ora lavora nella redazione della Novaja Gazeta (alla lettera: nuovo giornale). Fondato nel 1993, è un periodico (esce due/tre volte alla settimana) che ha l’obiettivo di essere autorevole e indipendente. Sin dai tempi di Eltsin, si schiera contro il conflitto in Cecenia. Qui Anna incrocia il cammino con Mikhail Gorbaciov, che è fra i primi fondatori, più generosi finanziatori e più ardenti sostenitori della Novaja Gazeta. Un altro finanziatore della testata è George Soros, imprenditore e filantropo di origini ungheresi.

Novaja Gazeta La vera storia di Anna Politkovskaja

L’epoca della libertà di stampa, in Russia, sta per finire. E questa testata rimarrà fra le poche davvero indipendenti dal potere. Ma il prezzo da pagare sarà alto: sui 21 giornalisti uccisi dall’ascesa di Putin, cinque lavoravano alla Novaja Gazeta.

In redazione, la Politkovskaja non è l’unica a sentire puzza di bruciato. E a ipotizzare che gli attentati attribuiti ai ceceni siano stati istigati da conservatori russi per creare un casus belli da cui far ripartire il nuovo conflitto.

Ma Anna Politkovskaja non è una giornalista che scrive per sentito dire. Ha spiegato Anna Raffetto: “Era con scrupolo estremo che annotava tutto quello che cadeva sotto la sua osservazione, in modo da poterlo riferire con assoluta precisione e fedeltà. La visione che offre è esatta, fin nei minimi dettagli. Le sue denunce sono sempre rigorose e documentate”.

Ma Anna Politkovskaja non è neanche un’inviata di guerra che racconta i conflitti dopo averli visti con il binocolo, mentre sorseggia un cocktail a bordo piscina in un hotel di lusso.

Anna, per capire e raccontare ciò che davvero succede, in Cecenia ci va di persona. Da sola. Disarmata. Clandestina. La sua giornata tipo di ordinaria cronista di guerra è diventata materia per un toccante monologo scritto da Stefano Massini e interpretato da un’intensa Ottavia Piccolo.

Ottavia Piccolo Donna non rieducabile. La vera storia di Anna Politkovskaja

Ecco la giornata tipo di Anna in Cecenia.

Ore 7 del mattino, risveglio. “Primo problema: lavarsi. L’acquedotto è saltato in aria. Apri il rubinetto e l’acqua non esce. L’unica acqua della città ce l’hanno i militari, che la portano dalla Russia con le autocisterne. Fuori dall’accampamento c’è una fila lunghissima. Si fanno pagare in nero per tre minuti di doccia. A volte, giuro, sono andata anche io”.

A tal proposito, Anna racconta anche un altro episodio: “In Cecenia l’acqua è molto preziosa. Ce n’è poca, e di pessima qualità. I bacini sono inquinati dai cadaveri. Allora non ci si lava, anche se la voglia è tanta. Non parliamo di sciacquarsi i denti. Una volta ero a New York, invitata per parlare a una conferenza. Alloggiavo al Waldorf-Astoria di Manhattan e come prima cosa, arrivata in camera, andai in bagno a controllare che ci fosse l’acqua. Uno dei miei riflessi ceceni. Nella vita normale, la gente si sciacqua la bocca quando vuole. In Cecenia quando può. Cioè mai. E la morte ti può sorprendere con i denti sporchi”.

Ore 9, la fame. Il problema successivo con cui fare i conti è la mancanza di cibo. La denutrizione e il freddo possono essere un cocktail micidiale e portare anche allo svenimento. Anna lo ha provato sulla sua pelle. Perciò confessa di aver seguito la folla, più di una volta, quando prendeva d’assalto un camion che trasportava cibo. E anche di essersi messa in fila fuori dagli accampamenti dei militari, pronta a pagare a peso d’oro anche solo per una misera fetta di pane.

Ore 10, il lavoro. La cronaca di Anna sembra arrivare da un tempo lontanissimo. “Inizi a scrivere il tuo articolo. Peccato che l’energia elettrica vada e venga. Ci sono attentati alle centrali, la rete balbetta. Allora scrivi a mano, su fogli e foglietti. Poi detti il tuo articolo al telefono. Non al cellulare, che qui non prende, ma alla cabina, dopo mezz’ora di fila. E se non ti sbrighi, ti tocca rifare la fila, perché la gente inizia a guardarti male e rischi il linciaggio”.

Ore 13, le interviste. “Ti metti in marcia per raccogliere testimonianze e fare interviste. Per i giornalisti è sconsigliabile avere un’auto, oltre tutto le strade sono mezze saltate: crateri, voragini, fosse. Ti muovi solo con i fuoristrada. E i fuoristrada ce li hanno solo i militari”.

Ore 15, 16, 17, gli spostamenti. Guai a dimenticarsi che ci si trova in zona di guerra. I posti di blocco si susseguono, uno dopo l’altro. Ogni volta si ripete il solito rituale: richiesta di documenti, domande indiscrete, ostilità, rimproveri.

Ore 18, il buio. “C’è il coprifuoco. E iniziano a circolare bande di fuorilegge che rubano di tutto (a me hanno portato via anche i bottoni della camicetta). Per non parlare degli ubriachi e dei branchi di cani randagi”.

Ore 22, la notte. Ultimo problema: dormire. “Ogni notte ci sono almeno quattro/cinque esplosioni. Guardi il soffitto e speri che non crolli. Appoggi un piede sul pavimento e se senti che non sprofonda ti dici ‘Stavolta è andata’. Stavolta è andata, ma la prossima?” Già, la prossima volta che cosa accadrà?

Anna diventa l’inviata dalla Cecenia per la Novaja Gazeta, per cui scriverà centinaia di articoli che, raccolti, usciranno anche in libri, pubblicati però solo all’estero. In Russia il potere centrale ostacola la diffusione dei suoi scritti e molte persone preferiscono non sapere.

“Perché scrivo della Seconda guerra cecena? Sono una giornalista, un’inviata speciale e questa è l’unica ragione: sono stata mandata sul campo. Il mio direttore lo ha deciso non perché fossi una corrispondente di guerra o conoscessi bene questo conflitto, ma al contrario, perché ero solo una ‘civile’. La sua idea era semplice: il fatto che io fossi una civile mi avrebbe permesso di comprendere l’esperienza della guerra più a fondo di chi, vivendo nelle città e nei villaggi ceceni, la subiva giorno dopo giorno. Tutto qui. E così sono tornata in Cecenia ogni mese, a partire dal luglio 1999, quando l’offensiva di Basaev nel Daghestan ha spinto fiumi di profughi via dai loro villaggi montani, scatenando il conflitto” spiega. E continua: “Ho viaggiato in lungo e in largo per tutto il Paese e visto tanta sofferenza. La cosa peggiore è che molte delle persone di cui ho scritto negli ultimi anni ora sono morte. È una guerra terribile; medievale, letteralmente, anche se la si combatte mentre il Ventesimo secolo scivola nel Ventunesimo, per giunta in Europa”.

La Seconda guerra cecena, lungi dall’essere una guerra lampo come aveva ipotizzato Putin, viene dichiarato ufficialmente conclusa solo nell’aprile del 2009, dopo quasi dieci anni dall’inizio delle ostilità. E il bilancio di morti e feriti è particolarmente pesante. Di cifre ufficiali non ne esistono, ma si stimano fra le 25mila e le 50mila vittime, oltre ai feriti e agli invalidi.

È una guerra che non risparmia nessuno, neanche i bambini. Una guerra in cui l’esercito federale commette atti brutali e di una violenza inimmaginabile. Atti contrari a tutte le norme del diritto internazionale, a un basilare quoziente di umanità, persino al buon senso comune. Stermini di civili, violenze carnali, omicidi gratuiti di vecchi e bambini, torture, persecuzioni omofobe, rapine. Per dieci anni la Cecenia è una terra senza leggi e senza Dio.

Lo scempio è tale che, dopo il passaggio dei soldati russi, le Nazioni Unite nel 2003 bollano Grozny, la capitale della Cecenia, con la ben poco invidiabile definizione di “la città più devastata del mondo”.

Ha confidato Igort, autore della graphic novel Quaderni russi. Sulle tracce di Anna Politkovskaja. Un reportage disegnato: “Sapevo, in astratto, quanto l’uomo potesse essere brutale, ma toccarlo con mano è stato uno strazio. La Russia è un Paese con una grande tradizione culturale, che però sa essere anche molto violento. Ma per amare Puškin non è necessario amare anche Putin”.

Quaderni russi Igort La vera storia di Anna Politkovskaja

Sono dozzine, in Russia, i giornalisti, anche bravi, che si occupano della Cecenia. Ma oggi noi ci ricordiamo lei, perché? La risposta la fornisce Nadezdha (Nadia) Azhgikhina, giornalista e attivista russa, che ha conosciuto Anna: “Non è mai stata una star, come per esempio alcune colleghe che parlavano della Cecenia in televisione. Ma la sua voce era importante. E a fare la differenza era l’energia con cui aiutava gli altri, il desiderio di dare una mano a tutti: anziani, donne, soldati. Non si limitava a fare la giornalista, ma aveva una missione, da essere umano, quella di aiutare le persone”.

Nadezhda Azhgikhina. La vera storia di Anna Politkovskaja

Anna rischia più volte la vita per dare un aiuto concreto, consegnare un regalo, portare una parola di conforto. E per raccontare questa guerra efferata e ignorata. Una guerra, e dei morti, di serie B.

Sono tanti gli episodi che lei ci descrive. Si possono leggere nei suoi articoli e nei libri che li raccolgono. Ma uno lo vogliamo raccontare. Emblematico. È il 25 marzo del 2004, il conflitto si sposta a Ordžonikidzevskaja, nella vicina repubblica di Inguscezia. È il primo giorno delle vacanze scolastiche. Un gruppo di ragazzi (dell’università e delle superiori) si è riunito sulle sponde del fiume per stare in allegria. Finché l’area inizia a essere sorvolata da aerei ed elicotteri. I ragazzi alzano lo sguardo, perplessi. In men che non si dica, grazie a un avanzatissimo sistema di puntamento, i piloti vanno a colpo sicuro. Bombardano.

Un ragazzo muore sul colpo, altri due restano gravemente feriti (uno invalido per sempre). Un altro muore dopo essere finito in coma in seguito a una delicata operazione al cervello. Si chiamava Ibragim.

Due settimane prima, l’attentato di Atocha a Madrid aveva scosso le coscienze del mondo. Di questo bombardamento su ragazzi indifesi non si è occupato nessuno, né in Russia né altrove. Nessuno a parte Anna e i suoi lettori, beninteso.

Nella maggior parte dei casi, i colpevoli di torture, omicidi gratuiti e abusi la fanno franca. Anna, con la sua mirabile sintesi li descrive come: “Uomini assetati di sangue e ubriachi di vodka”.

Qualche eccezione all’impunità, però, esiste. È il caso, per esempio, del colonnello russo Yuri Budanov che, nella notte fra il 26 e il 27 marzo del 2000, rapisce, tortura, stupra e infine uccide la diciottenne cecena Elza Kungaeva. Il colonnello si difende sostenendo che la ragazza collaborava con la guerriglia, era addirittura una cecchina. Ma si tratta solo di illazioni: la sfortunata ragazza era del tutto innocente. Il colonnello viene portato in tribunale. Il processo è lungo e combattuto, con il ministero della Difesa che sostiene in tutti i modi il colonnello. Alla fine, Budanov viene condannato a dieci anni di carcere. È stato uno dei primi casi in cui le autorità hanno riconosciuto pubblicamente un crimine di guerra commesso dai federali. Ma, anche in questo caso, Anna vede poche luci, come racconta a Mantova nel 2005: “È stato solo un contentino. In effetti, centinaia di casi simili non sono neanche approdati in tribunale. Lo stupro e l’omicidio di Elza sono purtroppo casi abbastanza comuni. A fare la differenza, in quel caso, è stato l’interessamento del cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che si è appassionato al caso, sottolineando che c’erano gli estremi per la violazione dei diritti umani. E così Budanov è stato condannato. M è una sentenza che lascia l’amaro in bocca. In Cecenia, i militari uccidono anche solo sulla base di un sospetto, senza bisogno di prove. Di recente, hanno ammazzato il direttore e il vicedirettore di una scuola, un boscaiolo, una madre di otto figli…”

Budanov è stato in prigione appena sei anni: i suoi avvocati hanno invocato (con successo) la sua temporanea insanità di mente al momento del barbaro omicidio. È uscito di prigione nel 2009. Nel 2011 è stato ucciso a Mosca. Gli ha sparato un sicario, il mandante non è mai stato individuato. A Mosca c’è anche un monumento che lo ricorda.

 

 

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