La vera storia di Anna Politkovskaja. Dall’Onu all’Aeroflot.

Chi era Anna Politkovskaja, la reporter russa che osò denunciare il regime di Vladimir Putin, gli eccidi della guerra in Cecenia e gli orrori perpetrati da Ramzan Kadyrov?

Per scrivere il mio romanzo Anna Politkovskaja. Reporter per amore edito da Morellini ho studiato la sua vita. Letto i libri che ha scritto e che su di lei sono stati scritti. Ho intervistato le persone che le sono state vicine: la sorella Elena, l’amica Nadia, l’inviata Stella Pende… Poi, intorno alla sua biografia, ho costruito una cornice narrativa che ha reso più accattivante la sua biografia, già però molto avvincente.

A seguire, un capitolo alla volta, ecco la biografia, completa e approfondita, di Anna Politkovskaja, la grande reporter russa che, fino all’ultimo, fu una spina nel fianco per Vladimir Putin, Ramzan Kadyrov e tutti i soldati russi che, in Cecenia, si macchiarono di reati gravissimi. Ecco la vera storia di Anna Politkovskaja.

Dall’Onu all’Aeroflot

“Ero una ragazza di buona famiglia, un po’ sfigata. Leggevo, viaggiavo, ma non conoscevo la vita”

 

Anna nasce nel 1958 che, per l’Unione Sovietica, non è un anno come gli altri. Di avvenimenti se ne succedono parecchi, anche importanti.

Non si inizia sotto i migliori auspici, a dirla tutta. Il 4 gennaio lo Sputnik 1, primo satellite artificiale mandato in orbita intorno alla terra, si disintegra al rientro nell’atmosfera.

Il 27 marzo, Nikita Krusciov diventa il nuovo capo dell’Unione Sovietica. Due anni prima aveva scioccato i delegati del XX Congresso del Pcus denunciando alla stregua di un dittatore Stalin, morto nel 1953.

Il 23 ottobre, lo scrittore sovietico Borís Pasternàk, inviso in patria, con il romanzo Il dottor Zivago vince il Nobel per la letteratura. Ma il regime del suo Paese lo costringe a rinunciare al premio.

Ed è proprio tra la nomina del nuovo segretario di partito e il Nobel negato a uno scrittore non allineato, che viene al mondo una bambina destinata a diventare una figura iconica.

Ci troviamo a 7.500 chilometri da Mosca, a New York. La giornata è soleggiata: 20 gradi di minima e 30 di massima.

Stepan Fedorovic Mazepa, ucraino, e sua moglie, Raisa Alexandrovna Mazepa, metà russa e metà ucraina, lavorano come diplomatici all’Onu. Sono una coppia distinta, elegante, molto unita. Una vita privilegiata, la loro, con lavori interessanti e frequentazioni cosmopolite.

Diciassette mesi prima sono diventati genitori della loro primogenita, Elena, una bambina bionda dall’aria angelica (diventerà una donna molto determinata).

Il 30 agosto, nella nursery dell’Onu, viene alla luce la loro seconda e ultima figlia, Anna. Esattamente il giorno prima, nell’Indiana, era nata una futura leggenda del pop: Michael Jackson. Questa menzione non sembri gratuita: il re del moonwalk in questa storia avrà modo di tornare.

Anna, che per i più intimi diventerà Anya, e la sorella sono abbastanza vicine d’età e simili di aspetto da scontare, almeno in tenera età, la “maledizione dei gemelli”. Di che si tratta? È presto detto: si ritrovano spesso vestite uguali. Lo sono, quanto meno, in un’occasione, come ci testimonia un’immagine della famigliola, giunta fino a noi.

La vera storia di Anna Politkovskaja. Dall'Onu all'Aeroflot

Elena e Anna – entrambe bionde, graziose e con un sorriso poco convinto oppure forse semplicemente contro sole – indossano un cappottino e un cappellino simili. Il colore potrebbe essere rosa, bordeaux o forse rosso: dipende dal livello di sbiaditura della foto.

Alle spalle di Anna, vediamo una donna che pare anche più alta del marito (ma forse è solo un effetto prospettico), con capelli castani raccolti, un sorriso appena accennato, rossetto rosso e un cappotto chiaro con dettagli neri. Elegante, severa, massiccia. Entrambe le braccia sono lungo il corpo, con la mano sinistra regge una borsettina nera. Nessuno slancio verso le figlie. La postura appare addirittura leggermente imbarazzata, o forse è semplicemente il costume dell’epoca: non mostrare i propri sentimenti in pubblico. Accanto a lei il marito, capelli e completo scuri, la fronte bassa, lo sguardo pensoso e una mano appoggiata, il gesto oscilla fra il possessivo e il casuale, sulla spalla della primogenita.

I quattro membri di quella famiglia, a fine anni Cinquanta, hanno un cognome difficile da portare: Mazepa. Le ragioni di quel peso affondano in una storia, lontana ma, in Russia, mai dimenticata.

Ivan Mazepa, vissuto fra la fine del 1600 e l’inizio del 1700, era un uomo brillante, disinvolto, poliglotta nonché abile oratore. Nella sua giovinezza, vi è qualche intemperanza. Nel 1669, a 24 anni, in esilio nella residenza estiva della sua famiglia per i suoi atteggiamenti provocatori e violenti, fu sorpreso da un notabile del luogo a letto con la propria moglie. Cronaca vuole che, per ritorsione, lo legarono nudo alla coda di un cavallo, che venne poi frustrato e lanciato al galoppo. L’episodio è narrato da Voltaire e immortalato in un dipinto di Théodore Géricault. In seguito, entrò nelle grazie dello zar Pietro il Grande, salvo poi tradirlo alleandosi con Carlo XII, re di Svezia. Finirà male: sconfitto e disonorato. Scorretto, subdolo, maneggione e intrigante. Sarebbe come se qualcuno, in Italia, si fosse chiamato Mussolini a guerra finita.

Anna Mazepa Stepanovna: questo il suo nome, con il cognome di famiglia e l’appellativo Stepanovna, che significa “figlia di Stepan”. Ma Mazepa pesa. Ovvio che, appena le è possibile, Anna decida di cambiare cognome, usando quello del marito. Ma non corriamo troppo.

Essere nata in una famiglia di diplomatici e in un contesto internazionale le regala una mentalità cosmopolita. La fa a sentire a suo agio anche negli ambienti occidentali. Le permette di conoscere le città straniere, meglio di quanto possa mai conoscere le fabbriche degli Urali e le periferie degradate delle grandi città sovietiche. Le disegna prospettive confortevoli: quelle di un posto di lavoro garantito nelle sconnesse burocrazie di Mosca. Un futuro già scritto: comodo e prevedibile.

Ma le cose, per lei, non seguono traiettorie lineari. In primo luogo, Anna e la sorella Elena crescono fra l’Ucraina, a casa di una zia, e Mosca. I genitori sono spesso all’estero per lavoro e preferiscono assicurare alle due figlie una maggiore stabilità. Meno stimoli forse, ma di sicuro un contesto più rassicurante.

Crescendo, Anna assomiglia sempre meno alla graziosa bambina bionda e paffuta che è stata. Ha i capelli castani lisci. Lineamenti affilati e un viso che sembra al servizio di quel naso che sarà importante in età adulta ma che, sul suo viso piccolo e magro di ragazzina, spicca ancora di più. Ha un’espressione vivace e uno sguardo intelligente, ma è tutt’altro che bella.

La vera storia di Anna Politkovskaja. Dall'Onu all'Aeroflot

Di lei bambina la sorella ha detto: “Quando l’insegnante trattava male qualcuno, lei si arrabbiava”. Ce la immaginiamo, già da allora, barricadera e sensibile alle istanze dei più sfortunati. Pronta a intervenire e farsi sentire quando ad andarci di mezzo sono i più deboli. Incapace di sopportare e passare sotto silenzio le ingiustizie.

La sua è una giovinezza tutto sommato dorata. Fa parte di una famiglia borghese e benestante, può viaggiare, leggere libri vietati in patria, alzare lo sguardo su mondi diversi. Il futuro per lei non è un’incognita: sa che, comunque andranno le cose, potrà sempre cadere in piedi.

Ma Anna è fatta a modo suo. E non vuole regali o favori.

Nell’anno della sua maggiore età, Anna incontra Alexander, Sasha, Politkovsky, classe 1953, cinque anni più di lei. Racconta lui in un’intervista: “Con Anna ci siamo incontrati nel 1976, a una festa di studenti a casa sua. Io già frequentavo la facoltà di giornalismo, lei faceva ancora le superiori. Ero stato invitato da sua sorella, ma appena la vidi…”

Iniziano a frequentarsi e si innamorano, anche se vengono da mondi diversi. Continua lui: “Io ero di famiglia modesta, un ragazzo cresciuto sulla strada, un teppistello. Lei veniva da una famiglia della nomenclatura sovietica”.

Anna si iscrive all’università di Mosca (una delle migliori del Paese), facoltà di giornalismo, la stessa che frequenta Alexander. Come argomento della tesi andrà controcorrente, scegliendo Marina Cvetaeva (1892-1941), poetessa russa, simbolista, mal tollerata da Stalin, morta suicida

È un’ottima studentessa, ma non imparerà mai bene l’inglese, lingua che le avrebbe permesso di farsi capire meglio all’estero. E, forse, di costruirsi un percorso diverso.

Anya e Sasha si sposano nel 1978. Sono giovani, lei ha 20 anni e lui 25. Entrambi molto magri, con visi ossuti e fisici nervosi. In un’immagine del giorno delle nozze, la loro attenzione è calamitata dal modesto bouquet di lei, composto da garofani bianchi (gli stessi che adornano i capelli della sposa e compaiono nella fantasia del suo semplice abito chiaro). I “fiori degli dei”, nella variante bianca, simboleggiano fedeltà, pace e tranquillità. Auspici che porteranno fortuna alla giovane coppia, almeno nei primi anni.

La vera storia di Anna Politkovskaja. Dall'Onu all'Aeroflot
Anna Politkovskaja nel giorno delle sue nozze

In un’altra immagine, vediamo gli sposi in primo piano: lei struccata, lui con una cravatta bicolore, entrambi con un mezzo sorriso timido sul viso. Alle loro spalle, un ragazzo e una ragazza – lui baffuto, lei bruna – si scambiano uno sguardo d’intesa. Magari pensavano a tutt’altro, ma l’impressione è che si compiacciano per gli amici neosposi e per il loro fortunato incontro.

Anna Politkovskaja nel giorno delle sue nozze
Anna Politkovskaja nel giorno delle sue nozze

“Erano follemente innamorati” ricorda la sorella di lei, Elena.

In effetti, Anna e Alexander sembrano fatti l’uno per l’altra. Intellettuali curiosi, giornalisti impegnati, persone colte ed eclettiche. Continua Sasha: “Avevamo tanti interessi in comune, per esempio i libri. A quell’epoca leggevamo con furia la Achmatova e Pasternak, autori proibiti nell’Unione Sovietica. I libri ce li procurava dall’estero suo padre, che approfittava dello status di diplomatico, mettendo anche a rischio la carriera. Eravamo simili anche nel carattere: lei, così minuta e intellettuale, aveva un vulcano dentro e non aveva problemi a tenermi testa”. Ricordiamoci questa metafora del vulcano, che Sasha ritirerà fuori, in un contesto (e in un momento storico) assai diversi.

“Quando ci sposammo, io arrivai alla cerimonia con un cappellaccio in testa e una bottiglia di vodka in mano, i suoi parenti erano eleganti, seri e compiti” racconta lui, a sottolineare (in modo eccessivo, secondo alcuni) le differenze che c’erano fra loro.

Alexander Politkovsky

Sempre nel 1978, diventano genitori del primogenito Ilya, nato a settembre. Nell’aprile 1980 è la volta di Vera.

“In quello stesso anno, Anna e io finimmo l’università insieme: lei, che era più giovane di me e aveva fatto due figli, era riuscita a prendere la laurea in giornalismo in meno tempo di me” spiega Alexander.

Le immagini valgono più di tante parole. All’epoca non era come adesso, quando la vita di un bambino è documentata da centinaia di foto e video. Allora, oltre quarant’anni fa, le immagini erano poche, centellinate. Quasi sempre dovevano avere un motivo. Non ci si fotografava in un giorno qualsiasi, ma solo in occasione di un ricorrenza. Di un evento da ricordare.

La vera storia di Anna Politkovskaja. Dall'Onu all'Aeroflot
Anna Politkovskaja con il marito e i figli nel 1980

Siamo nell’estate del 1980. Vera è neonata: visetto e manine spuntano da una vestina bianca. Accanto alla sorellina c’è Ilya, che non ha neanche due anni. Vicino a lui il padre: ha i capelli più lunghi e il viso più pieno. Sono bastati un paio d’anni per trasformarlo in un uomo affascinante e sicuro di sé. In questo momento, è lui la star della famiglia: giornalista d’assalto dai molti talenti, popolare e ambizioso.

Ma a colpire è l’aspetto di Anna. Ha i capelli scuri, tagliati corti, con una mezza frangetta che fa tutto fuorché donarle. Neanche gli occhiali tondi dalla spessa montatura scura la valorizzano. Non si capisce come sia vestita: il bianco della sua camicia si fonde con l’abito, o la copertina, che avvolge Vera. Sembra quasi che, forse schiacciata dal peso della famiglia e degli studi, Anna si sia annullata, mettendo da parte il suo ruolo di donna e professionista. E comunque, nella foto, nessuno sorride.

“Quando eravamo piccoli, mia madre era molto severa, aveva un carattere forte. Noi lo sentivamo e non era facile. Quando siamo cresciuti le cose sono cambiate. Lavorava sempre tantissimo. Inchieste, reportage, ma quando in casa c’era una emergenza lasciava tutto e si occupava di noi. In seguito, poi, il rapporto è diventato paritario, quasi da amici” ha confidato Vera.

Nel 1980, anno delle Olimpiadi di Mosca, Sasha, giornalista sportivo esperto in arti marziali, inizia a lavorare per il primo canale della tv di Stato, il più importante, l’unico visibile in tutta l’Urss.

“Anna stava a casa con i bambini e mordeva il freno. Fare solo la mamma non era da lei. Intendeva realizzarsi pure nel lavoro, ma per farlo voleva aspettare che Ilya e Vera crescessero. Anche perché io, invece, ero sempre in giro, proiettato sulla carriera. E sentivo anche che lei un po’ mi invidiava” racconta il marito.

In effetti, Anna è troppo in gamba e brillante per limitarsi al ruolo di mamma e moglie. Nel 1982, due anni dopo la laurea, inizia a lavorare come giornalista nel quotidiano Izvestija che, insieme alla Pravda, rappresenta la stampa ufficiale del regime. Qui cura la posta dei lettori.

Lavora anche per Vozdushnyj Transport, il giornale di Aeroflot, la compagnia aerea statale dell’Unione Sovietica. Fra i benefit che riceve, quello che apprezza maggiormente è un pass aereo illimitato, che le permette di visitare il Paese in lungo e in largo. È in questo periodo che, da membro della classe privilegiata qual era, somma alla conoscenza dei centri urbani e delle località di villeggiatura, la scoperta di quello che oggi definiremmo “il Paese reale”.

“Ho potuto visitare tutto il nostro enorme Paese” ha dichiarato in un’intervista a James Meek del Guardian. “Ero una ragazza di famiglia diplomatica, una lettrice, un po’ sfigata: non conoscevo affatto la vita”.

Nel frattempo, in Unione Sovietica, a partire dal 1964, il segretario generale del Partito Comunista è Leoníd Ill’íc Breznev. Sotto la sua guida, assume potere l’apparato burocratico e si acuiscono le tensioni con il mondo occidentale, pensiamo alla Primavera di Praga (1968) e all’invasione di un Paese tornato di stretta attualità, l’Afghanistan (1979). Bréznev, con la salute già malferma e alle soglie dei 76 anni, muore il 10 novembre 1982. Al suo funerale partecipano 32 capi di Stato, 15 capi di governo, 14 ministri degli Esteri e quattro principi. Gli succedono due meteore: Yuri Andropov (dal 1982 al 1984) e Konstantin Cernenko (dal 1984 al 1985).

Ma per l’Unione Sovietica tutto sta per cambiare: è in arrivo Mikhail Gorbaciov, l’uomo della provvidenza. E della perestrojka.
Qui la seconda puntata: E arriva Gorbaciov.

Sulla storia vera di Anna Politkovskaja è basato il romanzo Anna Politkovskaja. Reporter per amore, Morellini, 2022. È possibile trovarlo su Amazon, Ibs e Feltrinelli.

 

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