La vera storia di Anna Politkovskaja. Il colonnello Mironov.

La vera storia di Anna Politkovskaja

Chi era Anna Politkovskaja, la reporter russa che osò denunciare il regime di Vladimir Putin, gli eccidi della guerra in Cecenia e gli orrori perpetrati da Ramzan Kadyrov?

Per scrivere il mio romanzo Anna Politkovskaja. Reporter per amore edito da Morellini ho studiato la sua vita. Letto i libri che ha scritto e che su di lei sono stati scritti. Ho intervistato le persone che le sono state vicine: la sorella Elena, l’amica Nadia, l’inviata Stella Pende… Poi, intorno alla sua biografia, ho costruito una cornice narrativa che ha reso più accattivante la sua biografia, già però molto avvincente.

A seguire, un capitolo alla volta, ecco la biografia, completa e approfondita, di Anna Politkovskaja, la grande reporter russa che, fino all’ultimo, fu una spina nel fianco per Vladimir Putin, Ramzan Kadyrov e tutti i soldati russi che, in Cecenia, si macchiarono di reati gravissimi.

Questa è la decima puntata. La nona è: Il coraggio

 

Il colonnello Mironov

 “‘Siamo vivi, capisci?’. Me lo ha detto all’orecchio come altri mi avevano un tempo sussurrato ‘ti amo’”

 

È uno dei tanti dicembri che Anna trascorre in viaggio verso la Cecenia. Si trova su un elicottero militare. È notte fonda e dall’alto si distinguono solo i pozzi di petrolio (il principale motivo di interesse di questa terra martoriata) e i tracciati chiari delle strade.

Nell’abitacolo, Anna ha un compagno di viaggio, ma ne distingue appena i contorni perché, per ragioni di sicurezza, si viaggia a luci spente. E si fa anche fatica a sentirsi: le parole sono sovrastate dal frastuono del motore. A turno, i due si parlano all’orecchio.

Anna scopre di essere in viaggio con un ufficiale dell’esercito russo, il colonnello Mironov. Vivono entrambi a Mosca e sono diretti alla città cecena di Gudermes, dove già hanno preso accordi per un posto in cui dormire e uno in cui fare una sauna, particolare non trascurabile viste le temperature rigide.

Poi, qualcosa sembra andare storto. Dopo due ore di volo, il capitano si affaccia dalla cabina di guida e sussurra qualcosa all’ufficiale di scorta, che chiude i portelloni e arma la mitragliatrice. Venti minuti dopo, al posto del campo incolto che avrebbe dovuto accoglierli (l’aeroporto militare di Gudermes), vedono una pista d’atterraggio con tanto di torre di controllo illuminata.

“‘Non siamo in Cecenia!’ dice allegramente il mio compagno di volo. Poi comincia a sgranchirsi le gambe e sembra un altro uomo. Prima parlava come se avesse avuto il peso del mondo sulle spalle e ora per poco non si mette a cantare” scrive Anna nell’articolo dedicato a questo episodio, intitolato Siamo sopravvissuti ancora una volta e pubblicato nel libro Un piccolo angolo d’inferno (Rizzoli).

Un piccolo angolo d'inferno Anna Politkovskaja Rizzoli

Si scopre così che a Gudermes c’è stato qualche problema (una sparatoria, forse) che ha sconsigliato di recarsi in questa località. L’elicottero atterra dunque a Vladikavkaz. Sono appena 150 Km di distanza, a sud ovest, ma cambia tutto: dalla Cecenia all’Ossezia, dalla guerra alla pace. La circostanza rende il colonnello Mironov entusiasta, quasi euforico. “Mentre gli altri scendevano con calma dalla scaletta, lui si è messo a correre in cerchio per la pista di atterraggio, ridendo, saltando e agitando i suoi ricci neri. Sotto c’è la sua fronte ampia, segnata da profonde e premature rughe. Illuminato dalle luci sulla pista, si rivela un uomo ben fatto e muscoloso. Ha alzato le mani e ha cominciato a bere l’acqua che cadeva da un cielo non più minaccioso”.

La vera storia di Anna Politkovskaja

Sempre più euforico, il colonnello propone di andare tutti al ristorante. Anna, spiazzata, gli domanda perché sia così allegro e che cosa mai si festeggi.

Così Mironov prende la mano di lei e spiega: “C’è una sola cosa da festeggiare: siamo vivi! Ancora vivi! Siamo sopravvissuti ancora una volta. Oggi non siamo in guerra e io sono vi-vo! E tu sei vi-va!”.

L’inconveniente ha preso la forma di una tregua. Un momento di extraterritorialità anche emotiva.

Mironov ride forte, raccoglie agilmente borse e zaini, cammina velocissimo.

“Eravamo entrati nel suo stato d’animo. Sentivamo il suo fuoco, la gioia per le nostre vite che ci erano state restituite ancora una volta. Quelle vite che sull’elicottero erano state appese a un filo e che, durante la notte a Gudermes, avremmo dovuto difendere”.

Vladikavkaz, invece, è tutt’alto scenario. “Acacie possenti e addormentate, stradine tranquille e linde, luci fioche dei lampioni, gente in giro malgrado l’ora tarda, perché qui il coprifuoco non c’è. Ci siamo ubriacati di tutto questo, anche se nessuno aveva bevuto ancora né vino né vodka”.

L’acme si raggiunge alle nove: “Eravamo allegri e basta, felici di essere in buona salute, seduti in un ristorante di lusso e parlavamo a vanvera come degli ubriachi. Eravamo diventati una famiglia, eravamo impazziti insieme. Non volevamo arrivasse un domani”.

Mironov continua a essere l’anima della festa. Mangia di gusto. Poi invita a ballare le donne presenti nel locale e a ognuna di loro promette amore eterno. A voce alta, perché possano sentire tutti. Alla fine di ogni ballo, fa un bell’inchino e poi solleva la sua ballerina in aria.

Poi arriva il turno di Anna. “‘Siamo vivi, capisci?’ me lo ha detto all’orecchio come altri mi avevano un tempo sussurrato ‘ti amo’”.

Anna scopre che il colonnello ha passato un intero anno in Cecenia. E che per ben sei volte è riuscito a tornarne incolume.

“Pensi che dovrei tentare la sorte per la settima volta?” chiede ad Anna, ma poi non ne attende la risposta. Urla: “Fiori per tutte le signore”. Poi corre sul palco e, con lo stesso movimento fulmineo con cui gli ufficiali estraggono la pistola nel momento del pericolo, strappa il microfono al cantante. Vuole cantare lui e lo fa, per un’ora intera, più per se stesso che per gli altri, al ritmo di una sua musica interiore.

Poi torna da Anna.

“Ci conoscevamo da cinque ore, forse sei, eppure parlavamo già come se fossimo molto vicini, felicemente sposati da trent’anni. Con frasi brevi, senza bisogno di spiegazioni: ci capivamo al volo”.

Si spostano nell’androne di un albergo: con i soldi rimasti, non possono permettersi di prendere una camera.

Anna gli confida che il marito l’ha lasciata. È a lui che Anna dice: “Mi ha lasciata all’inizio della guerra. Ha bevuto e gozzovigliato molto, e poi se ne è andato. Ma questo è niente al confronto con la vita e con la morte. La guerra è orribile, ma mi ha purificato da ciò che era superfluo e irrilevante. Come potrei non essere riconoscente?”

Tra loro si sviluppa un feeling innegabile. “Il nostro destino era quello ci cercare persone che ci somigliassero, che sapessero della vita qualcosa che la maggior parte della gente non scopre mai”.

Questo episodio contribuisce a sfatare uno dei falsi miti legati alla figura di Anna. Una delle principali accuse che le veniva mossa dagli ultranazionalisti, infatti, era che lei parlasse male dei soldati russi, quasi per partito preso. Al contrario, Anna, quando si imbatteva in militari retti e onesti che non facevano altro che il loro dovere non aveva problemi ad ammetterlo. Anzi, a sottolinearlo.

“Nella descrizione della figura del colonnello Mironov si avverte quasi un senso di pietas laica verso gli uomini dell’esercito come se anche questi fossero vittime al pari della popolazione civile della macchina imperialista moscovita” ha dichiarato Claudia Zonghetti, una delle traduttrici di Anna, in un’intervista.

Così Anna documenta torture, violenze, abusi, eccidi, atti di nonnismo. È vero. Ma, come spiega la Zonghetti: “È stata ancora lei a scrivere dell’ufficiale russo che, di nascosto e in casa propria, rieducava le kamikaze e le restituiva alla vita; lei ci ha fatto conoscere l’umanissimo colonnello Mironov e altri suoi colleghi degni della qualifica di esseri umani. Del resto, non era colpa sua se gli emuli del colonnello Budanov erano in numero maggiore rispetto a quelli del suo omologo Mironov”.

Ma torniamo a quel lontano e freddo dicembre.

La mattina dopo, Mironov va a salutare Anna.

“Non aveva più niente del vitale uomo con i capelli neri e le guance colorite della sera prima. I suoi capelli erano attraversati da una ciocca grigia e anche il suo viso era grigiastro. Era depresso, forse preso da pensieri cupi, rispondeva a mezza bocca” lo descrive Anna.

Lui sta per tornare in Cecenia, lei a Mosca. Gli promette che chiamerà sua moglie (“È giovane e bella”) per rassicurarla. “Il mio figlio maggiore è un cadetto, mentre il più piccolo ha tre anni” le racconta lui.

“Ora devi credere nella fortuna. Non siamo niente senza fortuna” gli dice Anna.

È questo il momento. Il momento di credere in qualcosa di impossibile, fra loro.

Anna vuole che lui abbia qualcosa di concreto, per ricordare lei e quelle ore – magiche, preziose, uniche – trascorse insieme. “Così mi sono tolta la sciarpa e gliel’ho data”.

Passa del tempo, non sappiamo esattamente quanto.

Mironov chiama Anna per dirle che è stato ferito. Non gravemente, per fortuna. Lei lo raggiunge nell’ospedale vicino a Mosca dove si trova ricoverato. Ritrovarsi è un’emozione per tutti e due, come è stato emozionante passare del tempo insieme.

“Ne sono venuto fuori vivo un’altra volta, hai visto?” dice lui.

“Ma è fantastico!” replica lei, sotto lo sguardo ostile della moglie di Mironov. Quella moglie giovane e bella ha al suo arco molte frecce, ma percepisce che c’è qualcosa che lega Anna a suo marito. Qualcosa di invisibile e profondo. La condivisione di un’esperienza totalizzante. Il senso alto di una missione. Ma, tragicamente, ciò che li unisce adesso li separerà poi. Dalla vita e uno dall’altra.

Anna cerca di incoraggiarlo: “Ti aspetta una lunga vacanza. E intanto che te la spassi, la guerra probabilmente finirà. Lo prometto! Scriverò ancora più articoli perché questa dannata guerra finisca e non dovrai mai più tornare laggiù”.

“Sono arrivato a odiare la parola mai. Perché mai succede sempre un attimo dopo” sono le parole del colonnello.

Mironov ha ancora dei momenti buoni: va in vacanza (in un bell’albergo con piscina), a teatro (oltre dieci volte, confida ad Anna con cui continua a restare in contatto), gioca con i suoi figli.

“Io l’ho lasciato andare” osserva lei, con un pizzico di rimpianto che sembra affiorare tra le righe. “La guerra non è finita, come gli avevo promesso. Così è dovuto tornare nel posto dove gli adulti devono imparare il vero significato della parola ‘mai’. Ed entrambi abbiamo aspettato con terrore il nostro turno, temendo il giorno in cui non ci sarebbe stato più nessuno a urlare così forte ‘Siamo sopravvissuti un’altra volta’”.

Poi, quel maledetto giorno arriva. “Nel dicembre 2001, il colonnello Mironov è morto per ferite incompatibili con la vita” conclude Anna.

 

 

 

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