Lo stalking è di moda.

Racconto pubblicato nel libro Milano in cronaca nera, scritto con Giuliano Pavone.

 

Metà gennaio, lunedì. Stanotte ha nevicato, di nuovo. È la terza volta, dall’inizio dell’inverno. Proprio stamattina che ho una riunione importante, mi tocca accompagnare Sveva al nido. Ho provato a fare “cambio turno” con Emanuele, di solito disponibilissimo. Ma oggi proprio non poteva. Ha un appuntamento telefonico con un cliente. Lui è un architetto e lavora da casa. A volte anche in pigiama. Io sono pr marketing director di una multinazionale cosmetica. Neve o non neve, ho un dress code da rispettare.

«Ma come ti sei combinata?» mi chiede mio marito (non emerge ammirazione dal suo tono), scrutandomi dalla testa ai piedi.

«Mi sono vestita da lavoro» replico serafica, non raccogliendo la sua maldestra provocazione. Stivali a stiletto Manolo Blahnik, pantaloni di pelle nera, giacchino di visone bianco strizzato in vita. So che è a un passo dal fare della facile ironia sul lavoro che svolgo, quando Sveva si intrufola tra noi. È uno spettacolo di bambina: ha due anni, una frangetta color miele e un sorriso che fa innamorare.

«Fuori ci sono 30 centimetri di neve» mi ricorda mio marito, fissandomi con insistenza gli stivali. Un modello che in effetti pare non aver conservato alcuna memoria della sua originaria vocazione di riparare dalla pioggia.

«Il nido è dietro l’angolo e poi mi infilo in metrò» lo rassicuro. Ma appena arrivo in strada, sento le mie caviglie affondare nella neve. E le mie certezze vacillare, come il resto di me. Ogni momento è buono per rompermi una gamba o un tacco. E visto il prezzo dei miei Manolo non so neanch’io che cosa augurarmi. Sono tentata di tornar su a cambiarmi le scarpe, ma non voglio dar soddisfazione a Emanuele. Così mi aggrappo alla carrozzina e tengo duro. In fondo, sono solo due angoli.

Ci troviamo a metà strada, quando un’altra carrozzina ci affianca. La passeggera è Nicoletta, una compagna di nido di Sveva. Trattasi di una bambina rubiconda e sgraziata, come il suo nome dozzinale può far immaginare. La pilota è sua madre: grassa, sciatta, mal vestita. Sembra sempre che si sia messa addosso i primi indumenti, buttata giù dal letto in piena notte da una scossa sismica. Stamattina, però, l’invidio: indossa pantaloni di velluto che sicuramente la tengono più calda della mia seconda pelle e scarponcini performanti che le consentono di andare a una velocità almeno tripla della mia.

Mi affianca e mi supera, senza degnarmi di uno sguardo. Strano. Di solito, quando ci incontriamo, facciamo la strada insieme.

Lo sguardo mi cade sul suo culone: avrà la 46, come minimo. Io non sono mai andata oltre la 40 e ho ricominciato a fare pilates due settimane dopo il parto. Per non parlare dei capelli: sono sicura che l’ultima volta che è stata dal parrucchiere l’ha pagato in lire.

La sua caratteristica precipua, però, è la lagnosità. A volte, dopo il nido, prendiamo le bambine e le portiamo al parco di Pagano, che è qui dietro. E lei mi ammorba con tutti i suoi guai. Dice che il marito, cioè l’ex marito, la perseguita. «Era violento, con me e la bambina, così me ne sono dovuta andare. Da allora, mi tempesta di telefonate, mi aspetta sottocasa dei miei, mi minaccia. Ho letto su un giornale che è un reato e si chiama stalking, potrei denunciarlo ma non lo faccio, è pur sempe il padre di mia figlia…»

Senza contare che è pure un bell’uomo, dico io. Occhi azzurri, naso affilato, un che di torbido nello sguardo. Secondo il mio parere, l’esaltata è lei, altro che stalking. Quella è una moda come tante: tutti se ne riempiono la bocca E guarda caso, mentre penso a lui, eccolo! Anche l’ex marito va di fretta e mi supera senza un saluto. Che modi!

Sveva rumoreggia nel passeggino, io rischio per l’ennesima volta di cadere, ma mi riprendo in tempo. Ci siamo quasi: ancora pochi passi, giriamo l’angolo e siamo al nido. Privato, lindo, costosissimo. Metodo Montessori, giochi solo in legno, alimenti rigorosamente biologici.

Sterzo, le ruote slittano nella neve, penso che un passeggino con le catene lo pagherei a peso d’oro. Correggo la sbandata e riesco a riprendere la traiettoria.

Quando sollevo lo sguardo, la prima cosa che mi colpisce è un colore. Rosso. Il cumulo di neve di fianco al passo carraio del nido è rosso vivo. Tracce di rosso anche altrove, sotto forma di gocce, schizzi, striature. Impiego un po’ per mettere a fuoco ciò che i miei occhi stanno fissando, ma che il mio cervello mi impedisce di vedere. A un certo punto, è l’udito che aiuta la vista. A capire. Prima la sento gridare e poi, alla fine, la vedo. La mamma di Nicoletta è un fagotto informe nella neve. Sembra un mucchio di stracci sporco di salsa di pomodoro. E invece è una donna in agonia. Una donna che l’ex marito sta finendo a coltellate. Lui è di spalle e non mi vede. Mi vede invece Nicoletta, che sta osservando la scena a bocca spalancata. Ammutolita dall’orrore.

I miei gesti sono più veloci dei miei pensieri. Afferro la bambina e la schiaffo nel passeggino accanto a Sveva. Poi faccio un rapido dietrofront. Nei quartieri bene non si esce di casa così presto e infatti in giro non c’è nessuno. Nessuno che mi possa aiutare. Penso di chiamare qualcuno col telefonino, ma prima devo mettere un po’ di distanza fra me e l’assassino. Presto si accorgerà della scomparsa di Nicoletta, vedrà le nostre impronte nella neve e capirà che cosa è successo. Devo ragionare in fretta.

«Dod’è mamma? Papà tattivo». A parlare è Nicoletta, con un filo di voce.

«È solo uno scherzo – cerco di rassicurarla – noi facciamo finta di scappare e il papà di inseguirci». Penso a Benigni: se lui riusciva a trasformare un lager in un lunapark e lo sterminio in un gioco, perché non posso riuscirci anch’io? D’accordo, La vita bella è un film. Mentre questa, per quanto stenti a crederci, è la realtà.

Per un momento, mi paralizza gesti e pensieri la sensazione di essere dentro qualcosa di più grande di me. Rimango immobile, con il cervello vuoto. Poi stringo con forza l’impugnatura del passeggino e provo la tipica sensazione di “braccia piene”. Quella che una mamma sperimenta quando l’ostetrica le mette in braccio il suo bebè appena nato. In quel momento, ad aiutarmi, non è il corso a cui ho partecipato con l’azienda (per imparare a gestire le emergenze ci hanno fatto attraversare un ponte tibetano). Né la mia laurea o tutti i libri che ho letto. A muovere i miei passi, e i miei pensieri, è il puro ed elementare istinto di madre.

Il parco è la soluzione. Io lo conosco come le mie tasche, lui no (non ce l’ho visto una volta, con Nicoletta). Mi basterà trovare un nascondiglio e poi chiedere aiuto col telefonino.

Attraverso la strada, individuo un’entrata miracolosamente aperta, varco il cancello. Le bambine pesano, ma almeno stanno buone. A questo punto, però, ho un problema. Se i miei Manolo già non supportavano un’andatura lontanamente dignitosa, figurarsi se mi consentono di correre. Ma non posso neanche togliermi gli stivali: sotto indosso calze leggere, 15 denari perché è più chic anche se non le vede nessuno. Mi congelerei. Lo sguardo mi cade sul sacchetto di tela (la sacchetta, in gergo educativ-infantile) appeso all’impugnatura della carrozzina. Ogni inizio del mese dobbiamo portare al nido tutto l’occorrente per il bambino. Ivi compresi i grembiulini impermeabili per le pitture e i bavaglini (le bavaglie) per la pappa.

Sono veloce: mi tolgo gli stivali, mi avvolgo i piedi nella plastica colorata, annodo tutto con il nastro dei bavaglini e riparto di slancio. Ora sì che si ragiona: non sarò bella a vedersi, ma ho ripreso un’andatura da persona priva di handicap motori. La carrozzina fa attrito, ma io spingo le bambine con tutte le mie forze.

In fondo c’è un’area piena di cespugli ricoperti di neve. Mi nasconderò lì dietro e chiamerò aiuto col telefonino. Sono pochi metri, ma quando arrivo sono distrutta. Braccia e gambe irrigidite e doloranti, per il freddo e lo sforzo. Le bambine si agitano. A loro propino qualche parola di consolazione generica, che non funziona granché. In questo momento, però, non posso fare di meglio: non ho tempo.

Tiro fuori il cellulare dalla borsa, ma ho i guanti e mi scivola a terra. Ci metto qualche istante a recuperarlo dalla neve. Mi tolgo i guanti. Mi sto chiedendo chi chiamare – polizia, carabinieri, ambulanza – quando lo vedo. Il suo giubbotto nero spicca sul manto candido che ci circonda. Avanza con passo deciso. E il coltello ancora sporco di sangue nella mano destra.

«Papà Nico!» trilla Sveva. Nei nidi milanesi c’è l’abitudine di abbreviare tutti i nomi. Chiamando mia figlia Sveva, li ho fregati!

«Shhh – cerco di zittire lei e prevenire la sua amichetta – È un gioco e non dobbiamo farci trovare».

Sveva annuisce divertita. Nicoletta mi fissa torva e dubbiosa. Mia figlia è ignara e ingannarla è più facile. Ma Nicoletta ha visto tutto. Suo padre che infieriva su sua madre, accoltellandola a morte. Anche se è piccola, non lo dimenticherà per tutta la vita. Ammesso che le resti, una vita.

Apro il mio cellulare a conchiglia e sto per digitare il 112, quando mi accorgo che non c’è alcun segnale. Succede sempre così, nelle occasioni di emergenza. Dall’11 settembre allo sciopero dei mezzi. E intanto il pazzo assassino si avvicina. Ora il suo sguardo torbido non mi sembra più così affascinante. Se solo avessi dato retta alla mamma di Nicoletta, se solo avessi dato credito ai suoi sfoghi…

Lui non può vederci, lì nascoste. Ma, dalle orme nella neve, può intuire che siamo lì.

«Fuori, voglio mia figlia!» tuona l’uomo. Il mio ammonimento a tacere con le bambine non è necessario: sono zitte e mute, addossate l’una all’altra nella carrozzina.

Non possiamo più scappare, lo devo affrontare. Ma come può una mamma disarmata affrontare un pazzo assassino? L’occhio mi cade sulla borsa. Lì dentro c’è il mio computer. Contiene la relazione a cui ho lavorato nel week-end. Ma è anche un oggetto di peso. Lo tiro fuori dalla borsa, lo afferro, faccio appena in tempo.

L’uomo sta aggirando l’ultimo cespuglio, poi ci vede. Alza il coltello. Ma io sono più svelta, o fortunata. Lo aggredisco con il mio portatile. Lui, colto di sorpresa, non fa in tempo a spostarsi. Il mio pc atterra di taglio sulla sua fronte. Lui rovina a terra.

So che cosa dovrei fare adesso. Continuare a colpirlo con il computer sulla testa. Possibilmente di spigolo e sulle tempie, che immagino più vulnerabili. Colpire, colpire, colpire fino a spezzargli qualcosa di vitale. Fino ad ammazzarlo, come lui ha ammazzato la sua povera moglie.

Tengo saldo il pc fra le mie mani, guardo l’uomo a terra, incosciente. So di non averlo ucciso. E a quel punto so anche che non potrò farlo. Non ne sono capace, anche se in gioco c’è la sopravvivenza di Sveva, Nicoletta e mia. È quasi stupendomi che mi rendo conto che è esattamente questo il mio ordine di priorità. Sento che posso dare la vita per le due bambine.

L’assassino è ancora svenuto. Almeno abbiamo un po’ di vantaggio. La mossa successiva la elaboro in fretta. A poca distanza, c’è il fortino di legno. È lì che devo portare le bambine. Nasconderle. E poi correre da sola a cercare aiuto. Solo in questo modo, senza quel fardello, posso farcela.

Lascio lì la carrozzina. Prendo solo le piccole, ormai tremanti per il freddo e la paura, la sacchetta e il mio cellulare. Mi sento piena di energia e corro senza avvertire paura e fatica.

Il fortino è lì, coperto di neve. Infilo le bambine nel vano, le copro con la copertina che ha sferruzzato nonna Sandra per Sveva. Altro contenuto della provvidenziale sacchetta.

«State buone e zitte, mi raccomando, la mamma torna subito». Solo a frase finita mi accorgo della gaffe. Nicoletta la sua, di mamma, non la vedrà più tornare. Quanto a Sveva, chissà…

Torno sui miei passi, per cancellare le tracce. L’assassino è ancora incosciente, ma vedo che comincia a muovere le braccia. Dovrei colpirlo ancora, ma non riesco. Riesco invece a scappare via, dalla parte opposta.

C’è un’uscita che dà direttamente sulla piazza, a due passi dalla fermata del metrò. Ci sarà gente, ormai. Potrò chiedere aiuto. Corro a gambe levate, nonostante le calzature improvvisate, la neve e l’agitazione. Vedo il cancelletto, ancora pochi passi e… D’improvviso, mi sento come risucchiata. Una pressione forte alla vita, la terra che manca sotto i piedi. Perdo l’equilibrio, cado. Lui, dopo avermi cinturato, mi è addosso.

«Dov’è mia figlia, puttana!» mi ringhia nelle orecchie. Nella posizione in cui mi trovo – lunga e distesa, schiacciata fra lui e il terreno – non posso far altro che ansimare. Se ne accorge e allenta la presa. Lascia che mi rialzi in piedi. Fissa le mie calzature improvvisate nello stesso modo in cui Emanuele ha guardato i miei Manolo, stamattina. Emanuele, il suo pensiero mi scalda il cuore. Ma è solo un attimo: non ho tempo per i sentimentalismi.

L’assassino mi fissa con l’aria spiritata e il coltello ancora sporco di sangue stretto nella mano. «Allora?» mi incalza.

A pochi metri da noi, la gente cammina sui marciapiedi. Ma è troppo presa dal mantenere l’equilibrio per guardare nel parco. Anche se lo facesse, penserebbe che si sta girando un film. O che, comunque, non è affar loro.

«Da quella parte» dico. E mi incammino verso il fortino. Conto che lui mi segua, abbassi seppure per un attimo le difese. Lui annuisce. Camminiamo nella neve. Io davanti e lui dietro. Nella quiete e nel silenzio più assoluti.

Mi giro di tre quarti. Valuto le traiettorie e il suo passo. Devo tentare. Faccio uno scatto. E un rapido dietrofront. Punto al cancelletto. Corro a perdifiato. Lui mi è dietro e guadagna terreno in fretta. All’inizio l’effetto sorpresa mi ha avvantaggiato. Ma lui è più veloce di me. Ancora pochi passi e mi sarà addosso. Non posso che correre e affidarmi ai miei santi. E qualcuno guarda giù.

Sento un tonfo. Come di qualcosa che cade pesantemente in mezzo alla neve. Lui. Il cancelletto è ormai a portata di mano. Ci sono, lo apro, è chiuso. «Omioddio!» urlo. Riprovo, niente. Con la coda dell’occhio vedo una massa nera alle mie spalle. Il pazzo si sta rialzando. Provo ancora e ancora niente. Devo rassegnarmi: quel cancelletto è chiuso sbarrato.

Non posso far altro che scavalcarlo. Valuto l’altezza e le mie forze. A logica, non ce la farò mai. Ma non posso non tentare. Mi arrampico. Sento un agghiacciante strap che segna la fine dei miei pantaloni in pelle. Lui si avvicina e mi afferra un piede. Gli do un calcio in faccia rimpiangendo, ma solo in questa circostanza, i miei Manolo. Sono in cima, scavalco. Nessuno si accorge di me. A parte un’anziana signora a cui atterro davanti. Ma lei tira dritto, senza fare un fiato.

Sono sul marciapiede. Davanti a me una normalità di vita, seppur sotto la neve. Passanti, autobus, macchine che suonano il clacson. Mi giro verso il parco, ma lui non si vede. Non devo pensarci, ora. Devo cercare aiuto.

Incontro solo persone indaffarate, di fretta, indifferenti. Mi rendo conto di essere conciata in modo improbabile e dire cose incoerenti. Finché un angelo si para davanti alla mia vista.

«Lei che è un pubblico ufficiale, mi aiuti!» esclamo con il filo di voce che mi è rimasto.

Lui mi sorride. Non ha un’uniforme, in realtà. Solo qualcosa che sembra una tuta da lavoro. «Sono un tecnico dell’Atm» mi dice.

«C’è stato un omicidio, l’assassino è nel parco, con le bambine» gli comunico. La sintesi non penalizza la comprensione. Dell’omicidio era già informato. Afferra un telefonino e avverte qualcuno. Da lì a breve, sento accendersi un coro di sirene. I buoni stanno arrivando.

Ma il mio pensiero è per le bambine. Le ho lasciate sole. E se lui le avesse trovate e uccise? Il terrore mi artiglia il cuore. Non riesco a pensare, non riesco a respirare. Svengo.

Quando mi sveglio, diverso tempo dopo, scorgo accanto a me i visi preoccupati di mia figlia e mio marito.

Gli occhi mi si riempiono di lacrime. «Piccola, stai bene» e l’abbraccio. «Amore della mia vita» aggiungo. So di essere patetica, ma non mi importa.

Emanuele mi stringe la mano e mi guarda con ammirazione. Non mi ha guardato così neppure quando ho vinto il torneo di tennis al Club Méd. O ricevuto l’ultimo aumento di stipendio.

Alzo lo sguardo. Mi trovo in una stanza di ospedale. Ci sono altre due pazienti, nei letti a fianco, ma tutti stanno guardando me.

«Sei una specie di eroe, mamma» mi sussurra Sveva.

Ho paura di fare la domanda. Ho paura di chiedere notizie di Nicoletta. Non ho creduto a sua madre. Ho dato più credito a un maniaco stalker che a una povera mamma tormentata. Non ho fatto niente per aiutarla. L’ho lasciata morire. E ora non so neanche se sono riuscita a salvare sua figlia.

«Nicoletta sta bene» mi anticipa mio marito. «E l’assassino l’hanno preso subito. Grazie a te».

«Grazie a me» dico. E non ci credo. Mi lascio abbracciare da mio marito e da mia figlia e scoppio in un pianto liberatorio.

 

Fine

 

 

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