Una rosa blu.

Una rosa blu

 

Racconto giallo in tre atti ambientato a Cassina Anna

Primo atto

Quella meravigliosa estate che, a dispetto del calendario, non voleva finire li aveva convinti a organizzare la manifestazione all’aperto. A ospitare la nuova edizione della Sherlockiana, festival giallo dedicato alla memoria della libraia Tecla Dozio, era anche quell’anno la biblioteca di Bruzzano, Cassina Anna. Il complesso era stato fatto realizzare a fine Ottocento dal duca Guido Visconti di Modrone per la moglie Ida (da qui la denominazione originale Cassina Ida). Nel tempo, lo scenografico complesso colonico sarebbe diventato prima un allevamento di mucche e poi, appunto, una biblioteca.

Quell’edizione – grazie al lavoro indefesso degli organizzatori, l’editore Veronica Todaro e il blogger Manuel Figliolini in primis – era particolarmente ricca di ospiti. Il cartellone presentava un’ampia selezione dei giallisti milanesi: Sandrone Dazieri, Piero Colaprico, Adele Marini, Paola Varalli, Andrea Carlo Cappi… Ma comprendeva anche voci rappresentative di tutte le regioni italiane: Bruno Morchio e Valeria Corciolani (Liguria), Marco Malvaldi e Marco Vichi (Toscana), Marilù Oliva e Valerio Varesi (Emilia Romagna), Piergiorgio Pulixi e Marcello Fois (Sardegna)… E poi Enrico Pandiani, Romano De Marco, la coppia Ronco Paolacci… Ce n’era proprio per tutti i gusti! E pazienza per gli assenti (Carofiglio, de Giovanni, Tuti, Carrisi, Perissinotto, Simi, Lucarelli…) che erano stati già opzionati per l’edizione successiva.

Il nutrito cartellone aveva generato un’eco notevole sull’evento, attirando, quel giorno, centinaia di persone che sciamavano allegramente fra i prati e il porticato e poi si fermavano a sfogliare (e a volte anche acquistare, miracolo!) i libri dalla libraia ufficiale Mariana, del Covo della Ladra.

Altri passeggiavano lungo il porticato, con un calice in mano e lo smartphone pronto per un selfie.

“Ho appena visto Massimo Carlotto, corri!” annunciò una ragazza bruna a un’amica e si slanciò all’inseguimento, stringendo al petto quello che, di quell’autore, era il suo libro preferito: Arrivederci amore, ciao.

L’allegro chiacchiericcio era, a volte, intervallato da note di tristezza e rimpianto, per chi non c’era più. Non solo Tecla, ma anche Andrea G. (che stava, forse, per genius) Pinketts, Luigi Bernardi, Giorgio Faletti, Alan Altieri, Andrea Camilleri, Elda Lanza, fino alla perdita più recente: quella di Gianpaolo Zarini, autore savonese in coppia con l’amico Andrea Novelli.

“Sono sicura che a Fabrizio sarebbe piaciuto moltissimo essere qui” confidò Daniela Basilico, socia fondatrice del festival, a Maria Luisa Pellegrini, aiutante e amica di Tecla. Fabrizio era Fabrizio Canciani, artista multiforme, che era rimasto nel cuore di tutti per il suo carattere, i suoi libri ma anche le sue canzoni. Una su tutte: Non c’è Milano. “… non c’è Milano senza i bagliori di memoria, lampioni gialli che trafiggono la storia, solo a Milano però si tenta l’impossibile: farci passare un enorme sommergibile…”

La maratona di eventi e presentazioni stava per iniziare e, sul palco, c’era una figura in grande agitazione. Si trattava di Sergio Cucci, bibliotecario di Cassina Anna e ideatore della rassegna Sabato in giallo, che aveva portato in biblioteca giallisti del calibro di Barbara Baraldi, Gianni Biondillo e Gabriella Genisi. Oltre a tante altre voci, anche all’esordio, più locali ma non meno convincenti. Un bibliotecario appassionato e competente, che ringraziava tutti i giorni la sorte per il privilegio di poter fare il lavoro che amava. Tutti i giorni tranne quello.

“E la prova microfono? Dove sono le bottigliette? I relatori sono arrivati tutti?” chiedeva a vanvera, rosso per il caldo e l’agitazione.

“Stai calmo Sergio” cercò, invano, di tranquillizzarlo Barbara Traversi, sua collega in biblioteca.

Poi, bastò che sua moglie Rosa gli posasse una mano sul braccio, per farlo calmare di botto.

“Amore, è tutto a posto”.

Ma la quiete durò lo spazio di un attimo.

“La regina del mistery non si trova!” esclamò congestionato uno dei volontari, che era arrivato sul palco con la stessa velocità e dirompenza di una palla di cannone.

“Come non si trova? Deve parlare fra dieci minuti” replicò Sergio, sprofondando nella disperazione più nera.

Si era scelto, dopo i saluti iniziali, di cominciare col botto: Luca Crovi, esperto di gialli, avrebbe intervistato l’autrice di punta: sette milioni di copie vendute in 45 Paesi (tradotta anche swahili e aramaico), una lunga lista di bestseller, numerose trasposizioni per il cinema e la tv.

Intanto, Luca Crovi, sotto il porticato, stava amabilmente chiacchierando con Claudio Colombo e Milena Polidoro, esponenti di punta dell’Umanitaria e suoi cari amici.

“I giallisti sono molto permalosi. Pensate che appena è uscito il mio libro La storia del giallo italiano, ognuno si è cercato e poi ha contato le righe che gli avevo dedicato…” stava raccontando Luca, quando venne interrotto da Sergio.

“Hai visto la regina del mistery?”

L’ospite d’onore aveva accettato di partecipare alla manifestazione solo a una serie di condizioni: limousine con autista, camerino dedicato e climatizzato, champagne in fresco, musica chill out in sottofondo ed edizioni rare di gialli norvegesi dell’Ottocento (erano state trovate solo alcune copie di gialli Mondadori del 1960: si sperava che non avrebbe notato la differenza). Ma, soprattutto, e su questo punto era stata irremovibile, il fatto di non venire mai (e poi mai) chiamata per nome, ma solo con un appellativo. E l’appellativo poteva essere scelto in una rosa che comprendeva: la regina del mistery, Camilleri in gonnella, la Mary Higgins Clark italiana, il talento noir più luminoso che l’Italia abbia mai prodotto. Sull’ultimo, non foss’altro per motivi di brevità, avevano tutti glissato.

Ora, la Mary Higgins Clark italiana (o Camilleri in gonnella, che dir si volesse) non si trovava da nessuna parte.

“Avete guardato nel suo camerino?” chiese Luca, sempre sul pezzo (ma non quella volta).

“Ma certo!” esclamarono in coro Sergio, Rosa, Barbara e due dei volontari.

“Non tutti insieme!” esclamò Luca, anche lui a un passo dal perdere la pazienza. “Ragioniamo”. Poi, per favorire il funzionameno delle sinapsi, si cacciò in bocca una manciata di quadrotti di parmigiano. La masticazione lo mise fuori gioco per un po’ e ciò spinse la ricerca in altre direzioni.

Alta, lunghi capelli scuri, occhialini da intellettuale, Elisabetta Bucciarelli disse che no, non lo aveva visto. Poi tornò a conversare con le sorelle Martignoni del loro commissario Bertè.

Alessandra Selmi, caschetto grigio e teschi gialli appesi alle orecchie, stava spiegando alla collega Anna Allocca la comodità di non tingersi più i capelli, quando vide arrivare di gran corsa Sergio Cucci.

“Ragazze…”

“Grazie per il ragazze…” gorgheggiò Anna, salvo poi capire che non c’era nulla su cui scherzare: il volto del bibliotecario era scuro.

“… avete visto la regina del mistery?”

“Chi, il talento noir più luminoso…” iniziò Alessandra.

“Sì, lei!” lo interruppe Sergio, sentendosi a un passo da un attacco ischemico.

“No!” esclamarono le due in coro.

L’eccitazione e la curiosità iniziarono a serpeggiare fra i convenuti, che stavano prendendo posto nell’anfiteatro, per assistere all’inizio del festival. Sul palco, Veronica e Manuel erano pronti a dare il via alle danze.

“Ehm, ci prendiamo un quarto d’ora accademico per permettere a tutti di arrivare” comunicò Veronica a un certo punto, tentando di nascondere l’imbarazzo.

Nel frattempo, le ricerche proseguivano concitate. La Mary Higgins Clark italiana era stato regolarmente prelevata a casa dall’autista in limousine e accompagnata nel suo camerino dedicato e climatizzato. Da quel momento, sembrava essersi volatilizzata.

“Potrebbe essere nell’auditorium” ipotizzò Rosa Brigati in Cucci che, fra tutti, sembrava quella più presente a se stessa. Poi si girò e vide che il marito era sparito, ma in compenso era comparso un terzetto composto dai giallisti Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone.

“Veniamo…” iniziò Besola.

“… con…” proseguì Ferrari.

“… te” concluse Gallone, in modalità Qui Quo Qua.

E così – mentre Veronica e Manuel prendevano tempo sul palco, il pubblico rumoreggiava e Grazia Verasani ricordava con Cristina Rava e Nicoletta Vallorani l’amico Ezio Bosso – il quartetto si diresse con passo spedito verso l’auditorium.

Fu Rosa ad aprire la porta e incedere sicura, seguita dai tre giallisti. E fu sempre lei, poco dopo, a lanciare un lungo, disperato, grido quando vide ciò che vide.

La regina del mistery riversa a faccia in giù in un lago di sangue, con un pugnale piantato in mezzo alle scapole. Accanto a lei, abbandonata all’apparenza a mo’ di firma, una rosa blu.

 

Secondo atto

L’urlo terrorizzato di Rosa fu avvertito anche all’esterno e raggelò tutti i presenti. Gli spettatori, già contrariati dal ritardo con cui la manifestazione stava iniziando, si scambiarono commenti dubbiosi e allarmati. Gli organizzatori sul palco, ora meno che mai, sapevano che cosa fare. A raggiungerli, un paio di minuti dopo il grido di sua moglie, il padrone di casa.

“Ehm, scusate… – iniziò Sergio Cucci, interrotto dal fischio del microfono – ma… per caso fra voi è presente un poliziotto, un carabiniere…”

“Andrebbe bene anche un vigile urbano” chiosò Rosa alle sue spalle, per fortuna priva di microfono.

In ultima fila, un tizio rossiccio con il toscanello in bocca, si strinse nelle spalle, fischiettando indifferente. Tre file più avanti, invece, un uomo alto, bruno e attraente si alzò in piedi.

“Sebastiano Rizzo!” esclamò. “Ispettore di polizia” completò la sua presentazione, raggiungendo a grandi passi il palco. A osservarlo in adorazione la donna che lo accompagnava: sua moglie Viola, incinta di venti settimane. Rizzo era uno di quegli uomini naturalmente eleganti, in grado di calamitare gli sguardi anche indossando una camicia e un paio di jeans, come quel giorno.

Rizzo salì sul palco, si avvicinò a Cucci e parlamentò brevemente con lui. Poi afferrò il microfono e diede poche e semplici istruzioni: “Volontari, chiudete tutte le porte di accesso: nessuno deve lasciare la biblioteca. Viola: chiama subito De Carlo e Intra. E voi tutti: state calmi e non abbandonate il vostro posto!”

“Questo sì che è parlar chiaro!” commentò Ambretta Sampietro rivolta al suo vicino di posto, lo scrittore Patrick Fogli.

Alessandro Bastasi scambiò un’occhiata complice con Patrizia Debicke. Filippo Fornari alzò gli occhi al cielo. Flavio Villani si chiese se sarebbe tornato a casa in tempo per vedere il derby.

Rizzo si fece accompagnare dal bibliotecario nell’auditorium, dove constatò la presenza del corpo riverso della Camilleri in gonnella (anche se quel giorno indossava un tailleur pantalone verde acido, colore che mal si sposava con il rosso cupo del sangue). E lì rimase fino all’arrivo di Marco Intra, suo fraterno amico e medico legale di fiducia.

“In attesa della Scientifica, ci tengo a un tuo primo parere” gli comunicò, asciutto. “Dove posso condurre i primi interrogatori?” chiese poi a Cucci.

Quest’ultimo, con il battito accelerato, fu sul punto di dire che si sentiva come in un giallo di Renato Olivieri ma, conscio della delicatezza del momento, si trattenne. E fu in silenzio che accompagnò l’ispettore al piano di sopra.

“Qui facciamo le nostre presentazioni di Sabato in giallo” gli comunicò con fierezza, una volta raggiunta la bella sala luminosa.

Rizzo grugnì qualcosa e poi si rivolse a Cucci. “Mi racconti tutto dall’inizio”.

Una volta informato su quanto era accaduto in biblioteca fino a quel momento, Rizzo andò subito al punto. “Chi poteva desiderne la morte?”

Cucci scosse la testa. “Non saprei, è un’autrice amatissima in tutto il mondo…”

“Amatissima sì, ma non da tutti”. E i due uomini si scambiarono uno sguardo d’intesa.

Il primo a venire convocato fu Mariano Sabatini, scrittore romano, che si era inventato il personaggio del fascinoso giornalista Leo Malinverno. Non aveva avuto alcun contatto con la vittima e aveva passato tutto il tempo in compagnia della collega Sara Kim Fattorini, che confermò.

Poi fu il turno di Andrea Vitali, che negò ogni responsabilità e spiegò che era stato immerso in un “appassionante scambio di vedute” con Cecilia Scerbanenco. E Cecilia, pochi minuti dopo, ripeté la medesima versione.

Una volta rimasto solo con Cucci, Rizzo gli confidò i suoi sospetti.

“La vittima era una giallista molto famosa. Secondo lei è ipotizzabile che a ucciderla sia stato un collega invidioso?”

“Ispettore, escludendo il personale della biblioteca, i volontari e il pubblico che, a differenza dei relatori, non poteva avere accesso all’auditorium, direi che che sì, la sua intuizione è assolutamente condivisibile”. Sergio ora si sentiva come il capitano Hastings con Poirot o Watson con Sherlock Holmes. E già vedeva i titoli dei giornali: “Astuto bibliotecario appassionato di gialli aiuta la polizia a smascherare un pericoloso criminale”.

“A che cosa sta pensando?” Rizzo interruppe i suoi sogni di gloria.

“Oh, nulla, nulla” replicò Cucci, arrossendo fino alla cima dei capelli.

Quando, pochi minuti dopo, Rizzo vide entrare una donna bruna, ebbe una sensazione di déja vu.

“Ma noi ci conosciamo?” le domandò.

Lei gli rivolse un sorriso enigmatico. “Non saprei…”

“Forse lavora nel campo della discografia, come mia moglie…”

La donna scosse la testa.

“Eppure il suo viso mi sembra familiare…”

“Potremmo forse essere vicini di casa, io abito in zona San Siro…”

“Sì, deve essere quello!” esclamò Rizzo. Ma la sensazione di soddisfazione durò poco. “Eppure mi sembra che fra noi ci sia un legame più profondo…”

“Ispettore, non ci starà mica provando con me?” replicò lei, cercando di alleggerire l’atmosfera.

Lui sembrò di colpo tornare nel suo ruolo. “Signora Ingrosso…”

“Lucia, mi chiami Lucia…”

“Lucia, mi racconti come ha passato la mezz’ora che è trascorsa fra l’ultimo momento in cui la regina del misytery è stata vista viva e la scoperta del corpo nell’auditorium”.

“Semplice: sono rimasta con il mio amico e collega Aldo Pagano a parlare della Fiorentina. È la nostra squadra del cuore e volevamo aggiornarci sugli ultimi colpi di mercato”.

“La Fiorentina, eh?” commentò Rizzo.

“Già” annuì la scrittrice.

“Io tifo per l’Inter” commentò l’ispettore, suscitando l’entusiasmo del bibliotecario Cucci, che non perse l’occasione per dichiarare la stessa fede nerazzurra.

Chissà dove avrebbe portato la conversazione, se nel frattempo la porta non si fosse aperta per far entrare un trentenne bruno e concitato.

“Ispettore, ehm Sebastiano, eccomi, a disposizione!”.

“Ah, De Carlo, alla buon’ora. Dammi una mano a controllare l’alibi di tutti”.

Con l’aiuto del suo volenteroso vice, Rizzo fu in grado di raccogliere le deposizioni di tutti i presenti.

Ma la musica non cambiava: ognuno dichiarava di aver passato il tempo in compagnia di un altro scrittore, che ovviamente si affrettava a confermare. E così Livia Frigiotti era l’alibi di Cecilia Lavopa (e viceversa), Roberto Carboni di Filippo Venturi (che confermava). Erica Arosio e Giorgio Maimone, co-autori, si coprivano le spalle a vicenda. Lo stesso valeva per Eugenio Tornaghi e Rosa Teruzzi. E così via. Alla fine, in mano agli inquirenti, rimaneva solo un pugno di mosche.

“De Carlo, andiamo a sentire che cosa dice Intra. Cucci, venga con noi”. I tre scesero nell’auditorium, dove trovarono che il medico legale Marco Intra, dopo aver concluso un primo esame autoptico del corpo, stava conversando amabilmente con Rosa Brigati, l’affascinante moglie di Sergio Cucci.

“Lieto di trovarti in buona compagnia!” motteggiò Rizzo, stranamente di buon umore.

“Effettivamente la signora è un’eccellente conversatrice” commentò Intra, fulminato dallo sguardo di Sergio.

A quel punto Rizzo si inginocchiò di fianco al corpo e portò la sua attenzione sul fiore.

“Una rosa blu, perché mi dice qualcosa?”

“È un fiore che noi adoriamo!” gorgheggiò Rosa. “Lo abbiamo voluto per l’addobbo floreale del nostro matrimonio, il 3 ottobre. Ce ne vorrà forse chiedere il motivo…”

“No, non non ci penso minimamente a chiedervelo!” commentò Rizzo, tornato burbero.

“Che cosa mi dici del tuo esame?” domandò poi Rizzo a Intra.

“Trenta coltellate, con differente intensità. Nessuna mortale, se presa singolarmente. Il decesso è una conseguenza del loro cumularsi”.

Nell’auditorium regnò per qualche attimo un silenzio grave. Poi fu Rosa a prendere la parola. “Omioddio, ho capito! È come nel romanzo Omicidio sull’Orient Express!”.

 

Terzo atto

Nel giardino di Cassina Anna, appassionati di gialli e scrittori passeggiavano e chiacchieravano, scambiandosi impressioni, dubbi, curiosità e paure in merito a quello strano pomeriggio. Quel pomeriggio in cui, anche se non lo si poteva dire ufficialmente, qualcosa di clamoroso era successo. E i misteri, abbandonate le pagine dei libri, si erano riversati nella vita vera.

Le domande si rincorrevano.

Che fine aveva fatto la Mary Higgins Clark italiana? Perché erano stati tutti imprigionati all’interno dei cancelli della biblioteca? A quali conclusioni sarebbero giunti l’ispettore Rizzo e i suoi aiutanti? Ma, soprattutto, questo che conseguenze avrebbe avuto sul buffet?

Nel frattempo, tanto valeva stringere nuove amicizie, finire di bere il vino offerto dallo sponsor e fare acquisti al banchetto dei libri.

Alle 18, finalmente, cominciarono ad arrivare le prime risposte (soprattutto quella relativa al buffet).

Sergio il bibliotecario salì sul palco, tenendo per mano la sua dolce metà Rosa.

“Grazie a tutti per la vostra pazienza. Passo subito la parola all’ispettore Sebastiano Rizzo, che vi comunicherà ufficialmente l’esito della sua indagine”.

Rizzo afferrò il microfono e sembrò guardare negli occhi ogni componente del pubblico. “Riepiloghiamo i fatti. Mi trovavo qui in compagnia di mia moglie Viola, grande appassionata di gialli, quando l’organizzazione ha richiesto il mio intervento. Sono venuto così a scoprire che, nell’auditorium, era appena stato trovato il corpo del talento noir più luminoso… Insomma, ci siamo capiti. Il corpo era bocconi e presentava un pugnale conficcato in mezzo alle scapole. Accanto a lei una rosa blu. A un’analisi più attenta svolta dal dottor Intra, medico legale, è emerso che il corpo era stato trafitto da ben trenta coltellate. Con l’aiuto del mio vice Maurizio De Carlo, ho interrogato tutti gli scrittori presenti al festival, gli unici che avevano l’accesso all’auditorium. Ma ognuno di loro, per la finestra temporale incriminata, aveva un alibi. Sembravamo essere arriviti a un punto morto”.

Sugli astanti calò un velo di frustrata rassegnazione. Che però si diradò subito, spazzato via dalle parole successive pronunciate con sicurezza dall’ispettore Rizzo.

“È stata la qui presente Rosa Brigati in Cucci ad avere l’intuizione vincente. Ricordate Assassino sull’Orient Express, romanzo di Agatha Christie che ha avuto varie trasposizioni cinematografiche, l’ultima interpretata da Kenneth Branagh?”

“Sì, bellissima quella versione!”

“Una vera ciofeca!”

Lucia Tilde Ingrosso e Stefano, il Professionista, Di Marino, che avevano dato in contemporanea due giudizi opposti, si guardarono e trattennero a stento una risata.

“Se ricordate, in quella storia c’era un personaggio odiatissimo, che veniva pugnalato a morte da tutti quelli a cui aveva fatto del male” proseguì Rizzo.

“È successa la stessa cosa?” chiese qualcuno dal pubblico.

“Penso proprio di sì. Il medico legale ha rilevato che le pugnalate sono caratterizzate da forza e angolazione diverse. La maggior parte inferte da soggetti destrorsi, ma alcune da mancini. La conclusione: la regina del mistery è stata pugnalata da trenta persone diverse. Trenta suoi colleghi, invidiosi della sua fama planetaria, dei suoi guadagni stratosferici e delle copie vendute a milioni”.

Dal pubblico si sollevò un eccitato brusio.

Gli scrittori in questione iniziarono a scambiarsi sguardi preoccupati.

“Purtroppo tutti gli indiziati hanno un alibi, si coprono a vicenda. E nessuno li ha visti entrare o uscire dall’auditorium, nell’arco temporale ascrivibile al delitto” proseguì Rizzo, grave.

“E quindi non ci sono prove?” chiese Riccardo Sedini, grande esperto di gialli, tenendo in bocca la sua pipa spenta.

“Temo proprio che sia così. E, allo stesso modo di Poirot, sceglierò di lasciare i colpevoli a piede libero”.

Il sollievo iniziò a comparire sui volti degli indiziati.

“Ma è uno scandalo!” tuonò la libraia.

Il dibattito sembrò accendersi fra gli astanti. Che cosa era giusto? La verità di fatto poteva essere in contrasto con quella processuale? Ci sono omicidi più giustificabili di altri?

Il folto pubblico accorso al festival La Sherlockiana era immerso in un acceso dibattito, quando qualcosa di clamoroso accadde. Una figura vestita di verde acido emerse dai portici, coprì la breve distanza che la separava dal palco, salì i due scalini e, d’improvviso, fu visibile a tutti. Una donna. Viva e in perfetta forma. La regina del mistery. La Camilleri in gonnella. La Mary Higgins Clark italiana. Il talento noir più luminoso che l’Italia abbia mai prodotto. Sempre lei. A stupire, più della sua “resurrezione”, un’autoironia che nessuno aveva mai immaginato in lei.

Qualcuno gridò. Qualcuno svenne. Qualcuno ancora, con una maggiore presenza di spirito, applaudì.

D’improvviso, l’atmosfera si fece lieve. Sul palco si iniziò a sorridere e scherzare. Gli scrittori presero a scambiarsi occhiate d’intesa e a darsi di gomito. Toccò a Veronica spiegare che cosa era successo.

“Non volevamo il solito festival fatto di noiosi dibattiti e scontate presentazioni. Volevamo offrire al pubblico qualcosa di più palpitante…”

“Una specie di ‘cena con delitto?’” domandò qualcuno in prima fila.

“Più o meno – confermò Manuel – perciò abbiamo inscenato l’omicidio di…”

“Per carità, niente nomi” lo interruppe la Camilleri in gonnella, corrucciata.

“Sì, giusto. Insomma, abbiamo pensato che anche Tecla si sarebbe divertita….”

“Ma perché la rosa blu?” chiese una ragazzina in terza fila.

Alla domanda rispose Sergio Cucci: “Anni fa ho invitato una giallista a Sabato in giallo. Nel romanzo che presentava si parlava di rose blu. Tempo dopo, è proprio grazie a quella scrittrice, e alla sua amica Silvia, che ho conosciuto l’amore della mia vita, poi diventata mia moglie. Ecco, il fiore è un omaggio alla forza dell’amicizia e alle molteplici e splendide opportunità che ci regalano i libri e i loro autori”.

Seguì un applauso scrosciante.

Poco dopo, gli altoparlanti iniziarono a diffondere le note della canzone omonima di Michele Zarrillo. “…ma una rosa blu sulla pelle mia, me ne accorgo adesso, passo dopo passo, che non va più via”.

A seguire l’annuncio più atteso: “È aperto il buffet!”.

 

Fine

 

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