Una sconosciuta… inedita.

Su Letteratitudine diretto da Massimo Maugeri, un testo inedito di Lucia che introduce Una sconosciuta.

È la stessa Carmen che racconta la sua storia, con un incipit alternativo.

Sono Carmen Tavanti e fino a poche ore fa avevo una vita. Non una vita particolarmente entusiasmante, forse. Ma una vita. Una come tante.
Ho un bravo marito. Un bambino di otto anni, che ancora mi ama. Una ragazza di quindici, che già mi odia. Un lavoro a scuola. Una bella casa con un mutuo ventennale. E una macchina. Ecco, forse, è la mia macchina il problema.
È (era?) una Y rossa del 2003. Quindici anni, in effetti, sono parecchi per un’auto. Però dicono che per i chilometri che faccio è più che sufficiente. Poi la tengo bene: manutenzione e tagliandi a ogni scadenza. E allora perché, quando pigio il pedale del freno adesso non succede niente?
La vita ci abitua che alcuni gesti hanno conseguenze certe. Spingo, si apre. Clicco, mi connetto. Freno, frena. E invece questa volta no. L’eccezione che conferma la regola, il sasso nell’ingranaggio, il colpo di scena in una vita piatta e senza sussulti.
Alla mia destra, sento un rumore. Una via di mezzo fra un gemito e un colpo di tosse. Quanto può essere eloquente anche un banale verso. Ha paura. E ho paura anch’io.
Già stavo andando un po’ troppo veloce. Mio marito dice che ho il piedino pesante. Ma lo dice simpaticamente. O forse no?
In più, il tornante che si sta pericolosamente avvicinando ha un nome che è tutto un programma: “curva della morte”.
In venticinque anni di patente, non ho mai fatto un incidente. Solo una volta, in coda, approfittandone per truccarmi (perché a noi donne è sempre richiesto di essere multitasking), mi sono distratta e ho tamponato la macchina davanti. Pure una bella macchina sportiva, che sembrava appena uscita dalla concessionaria. Il tizio è sceso d’impeto, ha sbattuto la portiera ed è venuto verso di me tutto arrabbiato. Io mi sono ravvivata i capelli, ho sistemato il décolleté e gli sono andata incontro con il mio miglior sorriso e l’unica preoccupazione di non avere il rossetto sui denti. È finita con un caffè (che ha offerto lui) e qualcos’altro (che ho offerto io). Dell’ammaccatura sul suo paraurti non si è più parlato.
Ma stasera no. Stasera non me la cavo con un sorriso e una battuta. Stasera la faccenda è maledettamente seria. Freno ancora, invano. La mia piccola auto rossa affronta la curva a una velocità che mi sembra folle. Sterzo con forza, ma non è abbastanza. Finiamo in pieno contro il guardrail. Il botto è assordante. Nell’abitacolo qualcuno grida, non so se sono io.
È finita, penso. Precipitiamo giù, verso il fianco della collina punteggiato di alberi. Verso l’abisso. La macchina si ribalta. Mi sento come un calzino in lavatrice durante la centrifuga. Mi aggrappo con tutte le mie forze al volante, come se questo potesse salvarmi. Naturalmente è inutile, ma è l’istinto di sopravvivenza che ci spinge a sperare. Fino all’ultimo.
La sensazione di fine imminente dilata ogni istante. Penso che non voglio andarmene quando sono ancora giovane. Non voglio lasciare orfani i miei figli. Non voglio morire avendo vissuto a metà. La consapevolezza mi aggredisce con forza. E intanto qualcuno si aggrappa a me. Ma io non posso salvare nessuno, come il volante non può salvare me.
Sento uno schianto terribile. Sbatto con violenza non so contro cosa. Mi manca l’aria. Sento un dolore al petto che mi toglie il fiato. Sto per morire. Chiudo gli occhi e mi affido a qualcuno, lassù. Avverto la presa al braccio venire meno. Ci stiamo tutti abbandonando al nostro destino.
Fatalità? Ho un ultimo pensiero, prima di perdere conoscenza. Questo non è stato un incidente. Qualcuno ha cercato di uccidermi. Un attimo dopo, davanti a me cala uno schermo nero e tutto si fa buio.

(Riproduzione riservata)

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