Campi Salentina, 15 Km a nord-ovest da Lecce, a metà strada fra Ionio e Adriatico, più vicina a Tunisi che a Milano. Clima mite tutto l’anno. Estati bollenti, specie quando c’è di mezzo un’ondata di caldo anomalo.
Mercoledì 17 agosto, le tre del pomeriggio. Il termometro fisso sui 45 gradi all’ombra. Asfalto molle, strade deserte, silenzio da catastrofe naturale.
Per fortuna che l’aria condizionata l’avevano appena riparata. Poi squillò il telefono a incrinare l’immobilismo della controra.
Rispose Paolini, 25 anni, appena arrivato da Bastia Umbra.
«Prondo?»
Cardascia sollevò un sopracciglio, sale e pepe al pari del resto della peluria.
Paolini arrossì. E subito dopo assicurò «Arriviamo!»
«Un omicidio» spiegò subito dopo al suo superiore. E intanto tremava.
In quel paesone di case bianche dell’entroterra salentino ci era arrivato quasi per punizione. Gliene avevano parlato malissimo e invece lui si era trovato assai bene: il mare vicino, l’olio buono, le ragazze prosperose. Basta poco e sei amico di tutti. Nulla di particolarmente cruento, in quei due mesi. Pareva quasi impossibile credere a una Campi al centro dei regolamenti di conti della Sacra corona unita, negli anni Novanta. Lì erano caduti boss eccellenti e militanti comuni.
«Omicidio?» Cardascia gli rimbalzò la parola, senza fare neanche il verso di alzarsi dalla sedia. Aveva 54 anni, di cui più di trenta passati nei carabinieri. Ne aveva viste tante, ma di omicidi molti meno, per fortuna.
«Sì. Ha chiamato un testimone oculare. Ha detto… – Paolini respirò affannosamente dalla bocca – Una ragazza nuda… accoltellata su un tetto».
Malgrado il caldo, Cardascia rabbrividì. Poi scattò in piedi e: «Presto!»
Erano passati vent’anni. Un’altra estate torrida. Anche quella volta l’Italia nella morsa dell’afa. La ragazza era appena maggiorenne. Ora, forse, sarebbe stata moglie e madre. Se qualcuno, allora, non l’avesse sgozzata in mezzo ai panni stesi.
L’auto filava veloce. Niente sirena: in giro non c’era nessuno da far spostare e il rumore avrebbe disturbato il sonno di onesti cittadini. Arrivarono in un pugno di minuti. Suonarono. La porta si aprì.
«Professore!» esclamò Cardascia. E, subito dopo, pensò di aver capito tutto.
Tommaso Maci, maestro elementare ormai in pensione, era quel che si dice una brava persona. Si era sposato giovane con Anna Bianco, ’na bona vagnona. Di figli non ne erano arrivati. Coppia unitissima: sempre insieme in chiesa la domenica e alla festa di san Pompilio. Lei era morta due anni prima. Da allora, il professore – come lo chiamavano in paese – non era stato più in sé. Il gran dolore, avevano pensato tutti. L’Alzheimer, avevano diagnosticato i medici. Una forma precoce, a poco più di sessant’anni, ma tant’è.
«Venite a vedere: la sta ammazzando!» esclamò l’uomo. Aveva radi capelli ondulati troppo lunghi per la sua età, una camicia bianca lisa e macchiata, il viso solcato da venuzze rosse.
«Si calmi» lo invitò Cardascia, posandogli una mano sulla spalla ossuta.
«Andiamo!» esclamò invece Paolini.
«Nu a capitu nienti!» gli ringhiò Cardascia, sottovoce. Quindi rivolse un’occhiata significativa al loro ospite e poi si picchiettò l’indice sulla tempia.
Paolini pronunciò un «Oh» di sorpresa.
Potenza del linguaggio non verbale.
Ma Maci insiteva, battendo il piede e indicando il retro.
«Assecondiamolo» sussurrò alla fine Cardascia.
I tre uomini attraversarono una casa fresca e buia, piena di tavolini polverosi, cuscini fiorati e foto di persone che non c’erano più. In una, loro due: Anna scarna e felice, Tommaso con baffetti spavaldi.
Poi uscirono nel giardino. Muri di calce, luce accecante, qualche pianta assetata. Con sorprendente vigore, il maestro in pensione imboccò le scale che portavano “alle terrazze”. In realtà, si trattava dei tetti delle stanze sottostanti: rettangolari, sfalsati in altezza, con al centro un’area convessa per far defluire l’acqua piovana.
Una volta in alto, Cardascia fissò l’orizzonte. Il cielo impietosamente azzurro, il sole cocente, una nebbiolina tremolante di calore.
Divisa in basso da porte e muretti, la città in alto era unita dai tetti. Si passava da uno all’altro, agevolmente. Lui stesso ricordava di averlo fatto più volte, da ragazzo, quando aveva dimenticato le chiavi.
«Là» indicò il vecchio, con un indice pallido e nodoso.
I due carabinieri seguirono quel dito. Il più giovane vide solo i tetti della casa accanto.
Il più vecchio vide altro, con gli occhi della memoria. All’epoca era già carabiniere, ma nel comando di Lecce. Del delitto, però, se ne era parlato parecchio, sia subito dopo che ad anni di distanza. Cardascia ricordò una ricostruzione che della scena del delitto aveva fatto la trasmissione Chi l’ha visto. La bella ragazza in topless, l’asciugamano colorato e poi uno di quei cartoni riflettenti che andavano tanto di moda allora per abbronzarsi di più. Poi dettagli: occhiali da sole, un libro. La gola squarciata. Era stata uccisa nel sonno, o nel torpore. Qualcuno si era avvicinato di soppiatto, con un coltello.
«Eccolo, è là, lo vedete?» il maestro Maci guardò proprio nel punto esatto in cui “la milanese” era stata giustiziata, vent’anni prima.
«Io non vedo niende» trovò necessario puntualizzare Paolini.
Anche allora nessuno aveva visto né sentito niente. La controra di metà agosto, un caldo record. Tutti riposavano, in giro neanche una mosca. A inizio anni Novanta, il Dna non era ancora un elemento d’indagine.
La ragazza viveva a Milano e passava lì le vacanze a casa di una zia (che quel pomeriggio era a Novoli, in visita a una parente). La brunetta aveva fama di essere un tipo piuttosto disinvolto. ’na bella fruscula si diceva in paese. All’epoca erano stati sospettati, interrogati e scagionati il cugino e un paio di filarini, che lei aveva avuto tra Campi e Squinzano.
Tutti i vicini erano stati sentiti come possibili testimoni.
Tra di loro, anche il maestro Maci. Aveva detto che stava facendo la sua solita pennichella e la moglie aveva confermato.
Nella puntata di Chi l’ha visto, però, era stato più loquace. Aveva rilasciato una piccola intervista, ripresa dalle telecamere. Cardascia ricordava benissimo il suo tono umile, quasi di scusa. «Io non mi permetto – aveva iniziato, cauto – ma nei giorni precedenti al delitto, da queste parti, si erano visti degli albanesi…»
Un gruppo di sbandati aveva vagato per la cittadina in cerca di aiuto. Dopo qualche lamentela e furtarello, alla fine erano stati accolti dalla locale sede della Caritas. Di loro si erano perse le tracce prima che i carabinieri potessero interrogarli. Per la maggior parte dei campioti, la milanese era stata ammazzata proprio da quei furastieri.
Il maestro Maci sgranò gli occhi. Poi, d’improvviso, sembrò tornare in sé. «Scusatemi. Non c’è niente là. Evidentemente».
Cardascia ebbe l’impressione che la pronuncia di quell’avverbio lo avesse impegnato per un tempo quasi infinito.
«Forse sarà colpa del caldo» buttò là Paolini, per tentare di smorzare l’imbarazzo.
«Già, lo stesso caldo di allora. Un caldo da strapparsi la pelle di dosso » mormorò il maestro. Improvvisamente malfermo sulle gambe, dovette appoggiarsi ai due, per riuscire a scendere le scale.
La frescura della casa – soffitti alti, tende tirate – portò loro un immediato sollievo.
«Perdonatemi: è questa malattia maledetta. Un po’ ragiono e un po’ no. Un po’ sono qui e un po’ chissà…» il maestro parlava a scatti, visibilmente a disagio.
Cardascia sospirò: sua suocera era stata uccisa dall’Alzheimer. Non che fosse morta, non ancora. Però, come diceva Maci, era altrove.
Una teoria voleva che i malati tornassero a un’età in cui erano stati felici. E se quell’età era precedente alla nascita dei figli, neanche li riconoscevano. Così era capitato alla suocera, che ora la figlia la chiamava mamma.
«Professore, abita da solo?» gli domandò Cardascia.
«Di solito c’è una badante, una dell’Est, ma oggi è andata al mare» spiegò il maestro.
Paolini si asciugò il sudore dalla fronte. «Porto Cesareo? Lì sì che si starebbe bene». E il suo pensiero corse alla sabbia bianca e al mare trasparente. I Caraibi del Salento.
Cardascia non raccolse e ripensò alla “visione” di Maci. Forse aveva davvero visto qualcosa, dopo tutto. E ora la malattia glielo stava riportando alla memoria. Non è mai troppo tardi.
«Professore, ma lei ha visto chi ha ucciso la stria?»
«Chi, la milanese? Era un po’ leggera, se capisce cosa intendo. Sia detto senza malizia».
Cardascia annuì e aspettò.
«Sì, l’ho visto» disse alla fine il maestro.
«Era un uomo?»
Maci fece segno di sì con la testa.
«Ce lo descrive?»
L’anziano scosse la testa. «Non saprei da dove cominciare, con le parole. Ma con il disegno sono rimasto bravino. Il medico quasi non ci crede a come tengo ancora la penna. A scuola facevo fare tanti disegni, ai bambini, ai miei bambini».
Paolini fece scorrere lo sguardo sulle pareti del salotto: c’erano acquerelli scolastici che ritraevano cani, casette di campagna e tramonti sul mare.
«Li ha dipinti lei?» chiese Paolini.
Maci annuì. Poi la mano cominciò a correre veloce sul foglio bianco, abbozzando una forma con la biro nera.
Paolini e Cardascia erano muti e in attesa, alle sue spalle. Piano piano, il volto emerse. Era quello di un uomo con capelli ricci disciplinati dal gel, occhi scuri e baffi sottili.
Cardascia escluse subito i sospettati d’allora. Quello nel disegno non era un ragazzo: aveva almeno quarant’anni.
Poi capì.
Paolini, a sua volta, ebbe un sospetto. Ma prima di assecondarlo, diede prima una veloce ricontrollata alle fotografie sparpagliate per casa.
«È un autoritratto» sussurrò alla fine il ragazzo, all’orecchio del suo superiore. Cardascia assentì, sospirando. E subito dopo chiese a Maci: «Dove ha visto quel volto, professore?»
L’indice si alzò, tremante, in direzione della casa accanto.
«Laggiù».
Oltre i muri spessi, la scena di allora riprendeva di nuovo vita, nei loro occhi.
I due carabinieri si scambiarono uno sguardo muto.
«Perché lo ha fatto?» gli chiese allora Cardascia.
Come se la domanda lo avesse svuotato dalle sue ultime energie, Maci si lasciò cadere su una sedia.
Anziano, dimesso, malato, atterrito.
Paolini gli lanciò un’occhiata pietosa. «Poveretto, ma che senso avrebbe tutto questo, adesso?»
Fu allora che Cardascia provò una grande rabbia. Non solo per quello che Maci aveva fatto allora. Ma perché considerasse la sua età più felice – e forse la sua memoria più dolce – quella in cui aveva massacrato la milanese sul tetto.
Forse non ne condivideva i comportamenti leggeri. Forse ci aveva provato con lei e ne era stato respinto. Forse anche solo vedere due tette al vento gli era bastato per andare fuori di testa. Quello non lo avrebbero probabilmente mai saputo. Ma, tutto sommato, era un dettaglio.
Cardascia eluse la domanda del suo sottoposto e, invece, con voce grave gli comunicò: «Vieni, c’è molto da fare».
Qualche ora dopo, quando la vicenda si trovava nel pieno del suo clamore, Paolini si affacciò nell’ufficio del suo capo.
«Ha un momendo?»
Nonostante il casino, Cardascia sorrise: trovava quell’accento divertente. Poi si chiese come gli altri giudicassero la sua parlata salentina.
«’ieni, trasi» lo invitò allora. Giocava in casa e poteva permettersi di parlare come cazzo voleva, lui.
«Ecco, pensavo – iniziò il ragazzo – c’è una cosa che non capisco».
Cardascia aggrottò la fronte e lo lasciò parlare.
«Capirei la confessione, ma perché fingersi invece un testimone del delitto che ha commesso lui?»
Cardascia, in principio, si limitò a un piccolo sospiro: il ragazzo non era intuitivo, ma compensava con lo scrupolo. Tra i vari mix, quello non era dei peggiori.
«Ma lui non ha fatto finta!» informò il suo sottoposto, con una sicurezza che lasciò il segno.Paolini scosse la testa.
«Ma è assurdo: come fa ad aver visto se stesso che uccideva la ragazza?»
Aveva un vantaggio, Cardascia, conosceva la scena del crimine. Quindi volle mettere Paolini al suo livello. E gli raccontò che cosa venne trovato sul tetto accanto alla ragazza accoltellata. Nessuna traccia dell’arma, ma vari oggetti. Fra cui uno decisamente interessante.
Ma Paolini, ancora, non ci era arrivato.
«Non hai capito qual è la chiave di tutto?» gli domandò alla fine Cardascia, con un italiano da telefilm poliziesco.
Paolini sospirò e scosse ancora la testa. E poi tentò: «Tracce di Dna?»
Cardascia sbuffò. «All’epoca non si parlava di Dna. All’epoca i casi si risolvevano con le indagini e la logica!» e si indicò la fronte con un dito.
Breve silenzio, tra i due. Era chiaro che il più giovane non ci sarebbe mai arrivato, da solo.
«Il cartone argentato» rivelò Cardascia.
«Eh?» cadde dalle nuvole l’altro.
«Massì, quello che la ragazza usava per riflettere il sole e abbronzarsi più velocemente».
Paolini incurvò in giù le labbra a manifestare una totale ignoranza.
«Non va più di moda fra voi ragazzi? Forse oggi si usa solo per non far riscaldare la macchina» spiegò.
Un lampo di comprensione illuminò il volto di Paolini.
«Capisci? Maci si è avvicinato alla ragazza per ucciderla e si è visto riflesso in quel cartone. Poi l’ha uccisa. Nel tempo, la malattia – e forse anche il rimorso, chi può dirlo – ha riportato a galla quel ricordo, e quell’immagine».
«Questo vuol dire che magari, mentre faceva quell’identikit, non si rendeva conto di incolpare se stesso?»
Cardascia annuì.
«Che storia. Vado subito a condividerlo su TikTok!»
Cardascia cercò di fermarlo. Ma era tardi. Per TikTok e per molto altro.