60 anni in un giorno.

 

60 anni in un giorno

 

6 maggio 1946, lunedì

Quello che so di allora, me lo hanno raccontato. Io non c’ero. Almeno fino a un certo punto. Mio papà si era trattenuto al bar un po’ più del solito. A mia mamma aveva mostrato orgoglioso un pacco di foglietti nuovi di zecca. Lei aveva chiesto cosa fossero. Schedine, da riempire con i pronostici, bastavano 30 lire per sognare il 12. Ma non era tanto quello. Tutta carta, morbida e gratis, che in bagno faceva comodo.

Io ero arrivato in tarda serata, quando il quartiere stava andando a dormire. D’improvviso la via si era animata. La levatrice si era precipitata. E tutto si era svolto piuttosto in fretta. «È un bel maschione. Come lo chiamiamo?». Mio papà faceva l’operaio, ma si teneva al corrente. «Umberto, come il nostro futuro re» affermò. Quel re durò un mese, ma il nome mi restò appiccicato per sempre.

 

 

6 maggio 1956, domenica

Il giorno più bello della mia vita. Ne sono rimasto convinto a lungo. A sprazzi, lo sono tutt’ora. Ho dieci anni, un’età a due cifre. Mio papà mi ha portato ai giardini pubblici di Porta Venezia, mentre a casa si preparavano i festeggiamenti. La torta era buonissima, ne ho mangiate tre fette. Il regalo fantastico, una bicicletta tutta per me. A patto che non la perdessi di vista un attimo. Abbiamo cambiato quartiere, ma le bici se le sgraffignano anche qui.

E poi, la festa nella festa. La mia Fiorentina festeggia matematicamente lo scudetto. Domattina a scuola mi sentono quei brocchi del Milan. «Che c’entri tu con la Fiorentina?» mi dicono. Boh. Sarà il viola della maglia. O le invenzioni di Julinho. In quella felice domenica pensavo che ne sarebbero seguiti tanti di trionfi in viola. Che illuso. Perché non ho deciso di tifare Inter e Juve come tutti?

 

 

6 maggio 1966, venerdì

«Ma dove vai con quei capelli?» mia madre me lo chiede senza neanche sollevare lo sguardo dal lavoro di cucito. «Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu» mi viene da canticchiare. Anche se preferisco di gran lunga i Beatles. Cerco di abbozzare un sorriso. «Potevi festeggiare con noi» osserva lei, sempre fissa sulla tela. «Vado a ballare con Gloria» spiego. «Be’, allora prendi il tuo regalo sul tavolino». È una busta, con dei soldi. Da un paio d’anni dicono che non sanno più che cosa regalarmi. Che è meglio che sia io a scegliere.

«E papà?». «Torna più tardi, lo saluterai domani». Fa gli straordinari. Con 86mila lire al mese è difficile farci stare dentro anche la mia università.

 

6 maggio 1976, giovedì

Gloria mi ha fatto una sorpresa. Lei è stata brava a tenere il segreto. Peccato che nostro figlio Marco mi abbia spifferato tutto in extremis. Ma lui ha solo due anni, e non si lascia scappare solo i segreti. Sono tornato a casa, ho trovato tutto buio. Poi le luci si sono accese e gli amici sono spuntati un po’ dovunque.

«Trent’anni! Complimenti vecchio mio!» mi dice Riccardo, compagno dei tempi del liceo. Lui fa il giornalista e lavora a questo nuovo quotidiano, la Repubblica. È preoccupato di quello che sta succedendo al Paese. Tanti nel mirino del terrorismo, anche qui a Milano. Da quel punto di vista, io sono tranquillo. Faccio il medico. Ho altri fantasmi. Non sono riuscito a salvare mio padre, intossicato dai fumi della fabbrica e dalle sigarette. Io non ho mai preso il vizio e mi tengo in forma andando in bici. Mi piace Gimondi.

A festa finita, stiamo riordinando. Poi è come se qualcuno ci togliesse il tappeto da sotto i piedi. Il lampadario oscilla sopra di noi. È solo l’eco sbiadita di qualcosa di molto più grave. Terremoto in Friuli: moriranno mille persone.

 

 

6 maggio 1986, venerdì

Torno tardi. Gloria mi aspetta alzata, anche se le avevo detto di non farlo. È in cucina, davanti a una tazza di latte. «Tanti auguri» mi dice con gli occhi tristi. Stamattina sono uscito prima che lei si svegliasse. «Avevi promesso che saremmo andati al cinema. È uscito Hannah e le sue sorelle, lo sai che ci tenevo…».

«Mi dispiace: ho avuto un intervento più difficile del previsto e…». Non mi lascia finire. «Non sono stupida, Umberto. È la solita infermiera?». Annuisco. «Devi prendere una decisione…» mi comunica.

Mi alzo per andare a dormire, senza cena come una bambino cattivo. Sulla porta mi giro verso di lei: «Gloria?». Lei mi guarda speranzosa. «Non bere il latte. Sai, per via di Chernobyl». È troppo buona per dirmi quello che pensa.

 

 

6 maggio 1996, lunedì

Ho fatto tardi. Ho fatto tardi di nuovo. Non c’è tempo per passare da casa a cambiarsi. Ho sulle spalle una lunga giornata di lavoro e fa caldo. È l’anticipo d’estate che Milano vive ogni anno, a maggio. Per fortuna che ho l’aria condizionata. Mentre la mia Mercedes avanza nel traffico, penso che vado piano come gli altri, ma almeno sto al fresco. Al terzo giro dell’isolato, mi rassegno a parcheggiare in divieto.

Mentre scendo, il cellulare mi suona nella tasca. «Sono qua dietro» assicuro. Il ristorante è elegante e il maître deferente. «Dottore, da questa parte».

La noto subito. «Ritroverò i tuoi occhi neri fra milioni di occhi neri, saran belli più di ieri». Non ho dovuto aspettare cent’anni, ma solo un paio, per ritrovare il bandolo della mia vita. Gloria mi sorride. Di fianco a lei c’è mia madre, sempre più curva e sottile. E mio figlio Marco, che ha superato il metro e novanta. Come passa il tempo.

Del resto, neanch’io sono più un ragazzino…

 

6 maggio 2006, sabato

La torta è immensa, la tavolata è allegra. Aspetto il momento giusto, per fare il mio annuncio. Ma perdo l’attimo. Marco e Linda, sua moglie, si alzano in piedi. Sono vicini, lei si appoggia una mano sulla pancia. Il resto è prevedibile. Gloria non trattiene le lacrime. La mamma tremicchia in un angolo: sembra assente, ma credo che abbia capito. Di fronte a questo, la mia decisione di andare in pensione è un fatto di secondo piano.

Sbocconcello la torta con poco interesse. A una certa età è meglio stare attenti, e Gloria l’ha fatta preparare senza uova e senza zucchero. Ma così, che torta è?

«Dai, facciamoci una foto» propone Marco. La foto viene scattata col telefonino, poi verrà inviata per e-mail. O con l’i-pod, non ho capito bene. Devo rimettermi a studiare, se non voglio passare da matusa.

«Ovviamente conta su di noi al 100%» così dice mia moglie a Linda. Io vorrei ricordarle i nostri progetti. Sei mesi qui a Milano e sei mesi in Costa Azzurra, a fare i pensionati di lusso. «Altro che pensione, vecchietto!» mi prende in giro lei.

Possibile che sappia sempre cosa penso?

 

Racconto pubblicato nell’antologia L’Italia si racconta. 60 anni di Repubblica, Arcilettore, Comune di Seregno, 2006

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