Una Liberazione da romanzo.

Liberazione

La ricorrenza del 25 aprile mi è molto cara.

Non a caso, ho inserito la Liberazione in un romanzo giallo, ancora inedito: Delitto a Piazza Affari, in cui si racconta l’omicidio di un giovane startupper, una specie di Mark Zuckerberg italiano.

L’investigatore incaricato delle indagini è il commissario Mastronardi, che già compare nel romanzo I fantasmi non muoiono mai.

Proprio per celebrare la Liberazione, si incontrano in piazza Duomo Marianna e Giovanni. Lei è una testimone chiave e lui un Pm. Si sono conosciuti a causa di un delitto. Chissà se poi fra loro nascerà qualcosa…

Buona Resistenza a tutti. Nel 2020, ancora di più.

Era un giorno di festa e il clima aveva aiutato. La piazza era piena. Di gente e di energia. La brutta storia della LinkPassion, la morte di Alvise, i turbamenti di Flavio. D’improvviso, tutto era parso lontano. Quasi irreale. Rivedere la sua amica del cuore Amandine e stare un po’ con Diego si stavano rivelando la miglior medicina.
Suo figlio si stava esaltando. Usciti dal corteo, guadagnato un po’ di spazio vitale, aveva preso a correre in modo gioioso e incontrollato. Fino all’inevitabile conseguenza.
«Diego, stai attento al signore!» gli aveva gridato lei, con la voce stridula che le veniva quando lo riprendeva.
L’impatto era stato inevitabile. Il “signore” si era fermato. E girato.
Lei era rimasta a bocca aperta, lui non si era scomposto.
«Oh, ehm… lei» era riuscita a balbettare Marianna.
«Buongiorno» aveva replicato l’uomo, disinvolto.
Diego aveva abbracciato la gamba della madre e si era nascosto dall’estraneo.
«Su, su – aveva motteggiato quello – sono brutto, ma non sono cattivo».
Marianna aveva sentito un colpo al cuore. Altro che brutto. Quella mattina le sembrava più affascinante che mai. Una leggera abbronzatura, la camicia azzurra un po’ aperta, i pantaloni color cachi. E la sigaretta all’angolo della bocca. Irrazionale, antistorico e più forte di lei: i fumatori li trovava incredibilmente sexy.
Erano seguite le presentazioni.
«La mia amica Amandine, mio figlio Diego. Lui è il dottor Landi, il magistrato che sta indagando sul caso di Alvise Ducati».
Diego non aveva mollato la presa e lei si era sentita in imbarazzo. Non voleva dare l’impressione di crescere un fifone.
Era stata Amandine a toglierla dall’impasse.
«Diego, che ne dici di fare un salto alla Città del sole?»
Era stato un attimo: il piccolo aveva mollato la presa ed era volato da zia Ama, come la chiamava lui.
«Se non sbaglio, avanzi un regalo di compleanno».
«Un regalo, ma…» aveva iniziato Marianna. Amandine ricopriva suo figlio di doni. Impossibile che avesse dimenticato proprio il compleanno, caduto due mesi prima. Neanche il tempo di finire, il ragionamento e la frase, che i due si erano allontanati, per mano.
Lei e Landi erano rimasti uno di fronte all’altra.
«Le va un caffè?» aveva proposto lui.
«Perché no» aveva risposto Marianna. Il suo cuore aveva fatto le capriole, sorprendendola. E facendola sentire una ragazzina al primo appuntamento.
Si erano incamminati lungo il corso affollato. Poi il Pm aveva svoltato sinistra, verso piazzetta Liberty, e lei aveva cercato di tenere il suo passo. A fatica, Landi era alto e procedeva ad ampie falcate. Erano arrivati in piazzetta Liberty, uno dei luoghi di Milano che Marianna preferiva: elegante, a cominciare dal nome. Poi lui l’aveva portata all’Antica focacceria san Francesco, versione meneghina dello storico locale di Palermo. In patria, aveva resistito alla richiesta del pizzo, a Milano al passare delle mode.
«Le va bene qui?» aveva domandato, accennando a un tavolino all’aperto.
«Certo».
Si erano seduti.
«Le devo chiedere scusa» lui, in leggero affanno.
«Perché?» lei, in leggera malafede.
«Temo di essere stato un po’ brusco con lei». Più che un timore, si trattava di una certezza. E ne conosceva anche il motivo.
«Scuse accettate» lo aveva rassicurato.
Breve pausa.
«Mi piacerebbe una cassatina. Adoro i dolci, temo che si veda anche…» poi Marianna si era interrotta. Certa di essere arrossita, aveva tuffato la faccia nel menù.
«La prenda, quella cassatina» l’aveva invitata, con tono carezzevole. E così l’aveva ordinata. Il Pm si era limitato a un caffè.
Una decina di minuti dopo, quasi casualmente, lui era tornato sull’argomento.
«Non capisco questa ossessione di certe donne per la taglia 40. Ma davvero pensano che gli uomini amino le scope vestite?»
Marianna aveva sorriso. «È che a volte mi sento un po’… “tanta”! Vorrei essere un po’ più snella…» aveva detto, fissando il Pm di sottecchi.
«Lasci perdere: è perfetta così!» lui, di slancio.
«Suona quasi come un complimento…» Iniziò, poi si interruppe di colpo. Era impazzita? Stava flirtando con un tizio che, al primo impatto, aveva trovato odioso e spaventevole.
«Lo è – pausa – lo sarebbe. Insomma, se non ci fossero un milione di controindicazioni, potrei addirittura farle la corte…» Un lampo di malizia si era acceso negli occhi blu del Pm.
«Addirittura un milione…» aveva rilanciato lei.
«Un paio in particolare? Le circostanze in cui ci siamo incontrati e il suo stato civile».
Marianna aveva appoggiato la mano sinistra sul tavolinetto. Portava un solo anello, d’argento, con un’ametista, al dito medio. L’anulare era nudo.
«Non ha la fede, ma non vuol dire…» aveva chiosato lui.
«Sono una madre single».
«Non deve essere facile».
«Non conosco l’alternativa. Sto crescendo mio figlio da sola e non so come sarebbe avere un marito tra i piedi, magari è peggio» aveva commentato, con tono quasi salottiero. A far capire che non era una situazione disperata, la sua. Solo un po’ fuori dagli schemi.
Landi aveva sorriso e aveva appoggiato la mano sinistra ben in vista. «Io la fede non ce l’ho più. Mia moglie se n’è andata».
Marianna era rimasta in silenzio. La frase era ambigua e lui si era affrettato a chiarirne il senso. «È morta, dopo una brutta malattia. È successo sette anni fa. All’inizio la fede ho continuato a portarla. Poi una mattina, mi sono guardato la mano e ho pensato di toglierla. Non so perché. Sa, un po’ come quei vestiti che ci sono tanto cari, ma che a un certo punto diventano fuori moda e non ci stanno più».
Silenzio. Marianna aveva aspettato che lui proseguisse. Si era guardata intorno. Una folla composita e vociante, a poca distanza da loro. A quel tavolo, invece, quiete e ricordi.
«Le manca?» gli aveva chiesto alla fine.
«Mi mancano la magia dell’innamoramento, i primi anni insieme, i sogni che avevamo. Gli ultimi tempi, invece, non sono stati facili. Mi dispiace che se ne sia andata in quel modo, questo sì: non lo meritava».
Marianna abbassò lo sguardo. Che cosa spinge due estranei a confidarsi particolari tanto intimi, si chiese.
«Le dispiace se fumo?» le domandò allora lui.
«No» disse lei, ben pronta a bloccare un “anzi” che le stava uscendo di bocca.
Visto il suo entusiasmo, lui le offrì anche una sigaretta.
«No, grazie. Fumavo ai tempi dell’università, ma poi ho smesso. Mi piace però l’odore del fumo» spiegò, mentendo, almeno in parte. Le piaceva l’alito dei maschi fumatori. C’erano poche cose che trovava più eccitanti di baciare un uomo che ha appena spento una sigaretta. O fumarsene una insieme, dopo il sesso. Non lo faceva da una vita, ma si ricordava bene com’era.
«Ricreazione finita» la sorprese lui, a un certo punto.
«Come?» trasalì Marianna.
«Le sta suonando il telefono».
Marianna sobbalzò e iniziò a frugare affannosamente nella borsa ricolma, tirando fuori di tutto e anche il telefono, alla fine.
«L’ho cambiato da poco e non riconosco ancora la suoneria» si giustificò. Ne seguì una breve conversazione con Amandine, che si concluse con un laconico «Arrivo».
Quindi si alzò in piedi. «Mi aspettano». Poi: «Devo pagare» accennando al piatto che aveva ospitato la sua cassatina.
«Neanche a parlarne» lui, fermo.
«Be’, grazie».
«A presto».
Marianna girò le spalle e si avviò. La rapidità del congedo e l’assenza di gesti di commiato l’avevano delusa. Così come il fatto che lui non si fosse neanche alzato. Ora, nel dubbio che le stesse guardando il sedere, cercò di camminare graziosamente, senza sculettare.

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